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  • Salvatore Enrico Anselmi

Alla più fulgida luce


La vita non ci appartiene. La tratteniamo per un tempo breve, confidiamo di possederla ma la fermiamo presso di noi solo per un breve tratto e in forma accidentale. L’afferriamo per un lembo di tessuto, per una mano, per un laccio che si scioglie, per un nastro che scivola, per una falange, per un impercettibile e ridicolo sfioramento, per un’increspatura, per il breve socchiudere delle palpebre ferite dal sole, per un istante che ci ha superati, doppiati e, cinico, ha scantonato dietro l’angolo, divincolandosi tra i giorni in discesa libera e senza freno. Pronunciamo un nome, gli attribuiamo un senso, un valore e una proprietà ristoratrice per le ansie dell’animo e per le fragilità del corpo. A quel nome rimaniamo fedeli e serrati come a un talismano, a una cura portentosa per tutti i mali a venire. Ma la vita non ci appartiene. Ne siamo affidatari, coscienziosi o inetti gestori, languidi esteti che ne assaporano la bellezza o truci calpestatori di quella stessa bellezza che non sa più commuoverci. Con la forza di muscoli giovani possiamo tentare di governare il remo ma la corrente impone la sua ragione. Possiamo ipotecare forme e forze. Possiamo impiegare strumenti di calcolo e decodifica, ipotizzare acuti sillogismi o estendere salvifici teoremi. Possiamo vivere d’istinto e di passione, di regole lette e apprese, di leggi condivise, del giusto da seguire contro l’errore da non ripetere. Un corpo ne ha nutrito un altro con se stesso, lo ha accolto come un patrimonio al quale inappropriato sarebbe attribuire un valore, come gemma nel suo nartece, come disvelamento della verità da preservare, attento custode per nove mesi. A quell’entità in divenire è stato rivolto il suono di una voce, quella capace di diffondere il sereno tutt’intorno. E così è stato negli anni quando, sebbene recisi i legami organici del respiro nel respiro, del sangue nel sangue, del vincolo nel vincolo filamentoso e connettivo di due fibre che procedevano nel vivere, era presso quel nartece, quello scrigno, quel forziere che le ansie si acquietavano e il respiro ritrovava il giusto ritmo. Quella voce gentile ci ha insegnato a non avere paura, a non fare ciò che non vorremmo ricevere. Ha cantato una nenia bambina per farci assopire e ha raccontato storie infinite che si inerpicavano in alto, spericolate e improbabili, fino all’estrema nuvola del cielo dondolante sul cuscino protetto dal fiato di guardia, dal meticoloso rinserrare le coltri, dallo sguardo benevolo, dall’essere un puntello e un vincastro, per afflato naturale e oblativo. Senza chiedere in cambio. Noi credevamo alle parole inanellate da quella voce, sillabate da labbra sorridenti. Credevamo all’uno e al mille, al milione centuplicato, alle strade lastricate d’oro, all’albero degli zecchini, al giorno inghiottito da notti iridate e alla notte rischiarata dall’alba, al latte caldo diffuso nel primo pasto del buon risveglio, al dono inatteso che sorprendeva perché elargito senza rispettare il rito o il protocollo di una data, di una festa comandata. Quella voce ha raggiunto generazioni di giovani menti e le ha forgiate al rigore dello studio e alla testimonianza di vita. Ha coniugato con la bonomia il miracolo quotidiano delle rivelazioni, del sapere e dell’apprendere come apprendere. Affinché il sapere si trasfondesse nella vita e la vita fosse alta testimonianza di quanto appreso, non sfoggio saccente, non intellettualistica prevaricazione, per non impartire lezioni sterili, ma fecondare col seme il terreno giovane, dissodato di recente, gravido di umori e ansioso di diventare incubatore di quel seme e farlo germinare. Una mano alacre ci ha accarezzato, piccole teste, occhi assonnati, grandi gioie innocenti e minimi dolori che guarivano con un bacio e una filastrocca in rima alternata. Quella mano ha ravvisato l’onesto e il giusto, ha indicato come raggiungerli e, quando il disonesto e l’ingiusto si sono mostrati, ha ricondotto in direzione opposta. Ha reso prolifica con le azioni la verginità del pensiero per contrastare la cloaca dello scialo, delle facili concessioni, delle connivenze. Quella mano ha approvato, quando la mente accresciuta ha formulato pensieri più arditi e complessi, quando gli occhi hanno ravvisato un più lontano oggetto d’attenzione. Quella mano ha sanato le gioie e i dolori del cuore. Ha stretto, più che adulta, la mano divenuta adulta e dal basso ha avvolto la spalla come un panno tiepido. A quella spalla ha dovuto appoggiarsi, quando ricambiare il sostegno ricevuto era un modo, mutato per inversione di ruoli, di esserle accanto. Ora quella mano, pallida come cera, è stata deposta sull’altra. L’aria è tranciata e la voce si lacera. Al passo sicuro, poi cadenzato e gracile, si è sostituita la vacuità del silenzio che grida durante l’assurdo immane del giorno e colpisce il midollo nero delle notti. Quella voce si trasfonde ora, con fulgore assoluto, attraverso i miei anni. Quella mano, quella mite, grande, dolce figura si trasfonde ora con fulgore assoluto, attraverso i miei anni. E non si disperde. Non sarà dissipata e consunta dalla memoria negligente, dal blando sentire, dal continuare a vivere come se poco fosse accaduto. La memoria sarà lungimirante a ritroso. La conclusione si riannoda all’esordio, all’affaccio sul limitare iniziale e ultimo. Niente sarà disperso perché è ancora di quel cibo nutriente che vorrò nutrirmi. Niente sarà abraso perché rimarrà inciso sulle fibre, pulsante con esse, vivificato da ogni azione, da ogni pensiero, da ogni passo deposto sull’asfalto, da ogni nuova ragione di meraviglia, da ogni nuova condizione, da ogni sorriso, da ogni sguardo che imiterà il tuo. Per ognuno dei giorni a venire.

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