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  • Salvatore Enrico Anselmi

Rendimi felice e tornerò virtuoso


Rendimi felice e tornerò ad essere virtuoso. Donami la virtù e sarò il santo dei santi. Aspergi la mia fronte di santità e muoverò le montagne perché mi seguano. Suonerò sarabande orfiche, cantilene concilianti, accenderò il fragore e il cozzo gioioso di armi musicali.

Concedimi la forza del convincimento e convertirò gli animi.

Inocula la scintilla motrice e forgerò, piegherò per rendere malleabile ciò che non cede e non si piega.

Quando avrò tutto questo, a me apparterrà la coscienza della mia condizione.

Doppiate le Indie occidentali non farò più scempio di genti mansuete, considerate inumane e sordide perché erano coperte di sole pitture sul corpo, perché credevano nell’albero, nel tuono, nell’arco che sancisce alleanze tra il cielo piegato e la terra protesa.

Non tradurrò in catene, non caverò oro dalle viscere della terra e dal sangue dei morti.

Non brucerò città pacifiche e fiorenti, non minerò gli spalti e le torri avvistatrici. Non farò vacillare troni di pietra, arsenali di frecce. Non calpesterò corone di piume.

Non costringerò alla mia fede, perché forse avevo reso il mio credo vano e vacuo di senso, privato della carità e dello sguardo benigno dall’alto di un monte sulle case, sui boschi odorosi, sugli alberi carichi di frutti succosi. Era idolatria? Consuetudine superstiziosa di anime gracili e corpi adulterini?

Ho innalzato inni, ho composto versi e preghiere che rimarranno l’involucro d’ignoti fonemi e di suoni alieni se deciderò di lanciare ancora la sfida segnata nel cielo da angeli sciocchi e minorati alle ali.

E se dovessi seguire ancora la traccia del danno cosciente, del dolo sottile, dell’inganno omicida? Toglimi la felicità e tornerò ad essere immorale. Sottrai alla mente illetterata la legge etica. Non la preserverò più nel vasto nartece edificato in mezzo al petto. Distruggerò quello scrigno e schianterò le città contro pareti tracotanti di roccia. Una pioggia di sassi precipiterà sugli indegni, scagliata da uomini più potenti, da giustizieri implacabili, da giudici ultori col terribile braccio alzato. E l’uomo avrà raccontato l’inganno a se stesso e con quell’inganno avrà nutrito l’innocenza bambina, avrà trasmesso il seme di gramigna, la mala pianta, avrà fondato civiltà illetterate e volgari.

Ma se ancora raccoglieremo le messi e saremo presti a raccordare la vite al filare nodoso, a legarla alla rosa e congiungere un sentore di foglia, un umore di polpa a un fiore soffuso e screziato, allora forse il disegno non sarà stato stemperato in pigmenti malevoli, nella dissoluzione dello scialo, nello smarrimento, nella vita pezzente e untuosa.

Se vivremo come eredi e testatori di quanto ci è stato trasmesso, ripudieremo tutto ciò che corrompe. Saluteremo il giorno e il suo lume che sale. Ci abbracceremo rinnovati, lontani da crisalidi e carcasse. E come scrisse il martire di maggio ci saluteremo occhi per occhi e capelli per capelli, a sfioramento di labbra.

Una stagione è troppo breve per spenderla nel tentativo di raggiungere un grado più elevato.

Una vita è troppo lunga per dare corso a competizioni oppositive di forze tese le une contro le altre.

Una vita è il giusto tempo se daremo senso e ponderazione, se, attraverso la trama che occlude lo sguardo, saremo tenaci nel ravvisare la strada e il bersaglio.

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