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  • Salvatore Enrico Anselmi

Eri uscita dagli occhi






Eri uscita dal mio petto

come un pensiero vago e uno sfiatare di anime assorte.

Tra le pieghe dei sensi e il laccio dei rami

ondeggiavi, in rapida ascesa, in rapida corsa

non tesa e lontana.

Se potessi rincorrere il giorno, al laccio riprenderei

per condurlo a te, a noi, che inseguivamo la svolta.

A quanti giorni di distanza, a quante miglia

di terreni scoscesi, di cammini sassosi, di odii sopiti

troverò ancora una sosta, una resa odorosa

di balsami e santità, di dardi lanciati

e bersagli trafitti per ricondurti a me?

Eri uscita dagli occhi,

le iridi affrante scioglievano strie di luce, s’accendevano

ancora e ancora di animate fiammelle,

di sogni arcuati su un fianco, di teli tessuti nel bianco,

di guizzi felici, di canapi attorti, di giunchi verdastri,

di felci prostrate alla bagna, acque trasposte da querule fonti

alle correnti in tumulto.

Eri lontana e all’apice estremo, ago puntato,

indice teso e colpe d’entrambi.

Eri già di fronte e voltata, con pigri portenti,

spalle serrate e serali, sotto tagli di ombre profonde.

Eri già e non più qui, non più ora. Non più.

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