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  • Salvatore Enrico Anselmi

Mentre tutto s’affliggeva a scorrere

Updated: Aug 23, 2018


Salvatore Enrico Anselmi- Mentre tutto s'affliggeva a scorrere - racconto

Mentre tutto s’affliggeva a scorrere con furia, scardinando l’ordine delle cose, il disordine dei pensieri, i vuoti aperti all’improvviso, i volti striati dallo sguardo dei passanti, le macchine in movimento e la città in movimento con questi, la gente si fermava. Prendeva fiato, guardava di lato, di fronte a sé e riprendeva a camminare.

In alto il cielo era appeso tra le sponde dei palazzi, sopra le grondaie, i cornicioni cadenti e quelli ridipinti di fresco. Grumoso di nuvole declinava piano a occidente, acuendo col rosso lo spasmo del giorno.

Gli alberi si piegavano a intermittenza docili all’aria che correva libera negli spazi di giardini e piazze, in assetto longitudinale e forzato dai vettori stradali di collegamento tra gli isolati. Eucalipti e palme sembravano quelli di una metropoli coloniale.

Si poteva essere felici in quella parte di città, in quell’ora, nel mezzo di quel porto secato da svelte imbarcazioni all’asciutto.

Le tempie respingevano il sangue pompato nel petto, le mani indicavano linee e luoghi, quelle dei turisti per segnalare architetture modanate, quelle degli abitanti stanziali che fornivano indicazioni sulla strada da seguire, quelle di chi osservava l’aria al tramonto a mo’ di visiera protettiva alzata sugli occhi.

Era il giorno che declina, era il giorno vecchio che cede il posto alla sera.

Era stato il giorno del primo muoversi, del raggiungimento di una condizione, del saluto a un amico, del manifestarsi all’amore, del maledire l’amore e l’oggetto dell’amore stesso.

In quel giorno qualcuno aveva pianto e qualcuno aveva odiato.

In quel giorno s’erano aperte nuove vite, che gridavano la disperazione per dover respirare aria dopo aver vissuto un’esistenza liquida e simbiotica.

Altrettante voci erano state silenziate.

In quel giorno s’era mangiato e cantato.

Qualcuno non c’era più, molti altri c’erano ancora.

Quasi nessuno sapeva per quale ragione si trovasse lì, e per quale altra ragione non in un altro posto, a un altro posto, con un altro nome e un’altra faccia, con più o meno soldi nel portafoglio con una moglie più giovane o un compagno meno vile, con un figlio perduto nell’assenza o un altro aggrappato alle spalle di suo padre.

Qualcuno aveva comprato un nuovo paio di pantaloni, una camicia leggera per l’estate. Qualcuno aveva bevuto all’ombra di un caffè all’aperto una bibita fresca e qualcun altro aveva preso a rate una macchina nuova.

Tutti tentavano di essere lì in compagnia della migliore ventura possibile, in preda alla disperazione meno devastante, o annebbiati dalla gioia che s’era aperta di fronte ai loro occhi, alle iridi invase dall’estensione delle pupille. Per molti la gioia, lo sprazzo infinitesimale di felicità inattesa, sperata ma non attesa per quel giorno, aveva disposto di appoggiarsi per qualche miracolosa manciata di minuti sulla loro testa.

Era stato un giorno caldo, un giorno di umori untuosi e di salti nel buio, nel buio del corpo di un altro, nel buio dell’amore negato, nel sole di mezzogiorno e di un pasto nutriente.

Qualcuno era rimasto in città, in città era arrivato in auto o in treno. I treni avevano attraversato molti isolati e portato alla vista dei viaggiatori le stanze, le case, le vite veloci e scorrevoli degli abitanti stanziali vicino alle rotaie delle stazioni.

Il grande giorno era vicino, era stato proprio quello o s’era allontanato da tempo, doppiate le spalle, doppiata la vita, dimenticato il senso vero e raggiunto il non senso delle cose. Il non senso di questo selciato e dei piedi che lo percorrono, il senso di essere uomini, bambini, donne, vecchi, ambulanti, animali al guinzaglio o liberi, il senso di guardarsi allo specchio, il senso di sollevare dagli occhi un ciuffo ribelle e correre via mangiando l’aria e l’asfalto.

Un giovane chiede a una signora dove poter trovare un negozio ancora aperto e quella glielo mostra. Un cane bagna un tronco di minzione, lo odora e raggiunge il suo padrone che lo incita battendo le mani sulle gambe. Il fischio è il richiamo al quale obbedire, nel quale riconoscersi sodale col suo capobranco. Lingua a penzoloni e sguardo umido di fiducia lo accompagnano nella breve corsa che lo separa da una carezza sulla testa.

Una ragazza a fiori sferza l’aria al ritmo del suo passo. Non è più la stessa l’aria, non più appiccicosa dopo il suo fendente azzurro di aromi freschi. Si affretta per abbracciare un coetaneo che la cinge alle spalle e a un fianco. La bacia e, mentre depone le labbra sul collo, vicino al neo e alla catenina d’oro che si rigira, fissa un’altra ragazza e le sorride con lo sguardo.

Un gatto rosso, seduto alla finestra, appunta gli occhi di vetro soffiato su un nido tra i rami dell’albero di fronte, passandosi la lingua agli angoli del muso. Appunta gli occhi e li assottiglia in forma di parentesi tonda e, mentre li socchiude, torna a espandere il verde intenso delle iridi veggenti, estrae dalla gola un suono rugoso, arrotato di gioia. La gioia dei gatti è ironica e sorniona, famelica e pazza, mutevole come il cielo di marzo. Quel gatto in adorazione famelica del nido è un piccolo dio, un amuleto, un talismano, un pensiero furtivo e scattante come una rincorsa sulla preda.

Quando cambierà il vento, cambierà stagione. Quando farà freddo, le giornate più brevi e sfuggenti, saranno altri i vestiti da indossare, altre idee, altre mode, altri giorni infilzati gli uni dietro agli altri. Partenze e distacchi per la meta che l’età, il lavoro, la spinta che scaglia chiunque a un certo momento a lasciare le strade battute e a cercarne di nuove, indicano al giovane in questua e al padre di famiglia in lotta con le spese. Perché rimanere fermi sarà come non vivere, come non credere, come essere pavidi e riformati quando tutti vanno in guerra e partono per fare il soldato.

Ma ancora non sarà freddo per tanto tempo, per tante miglia di cammino da fare a piedi, in bicicletta o con la prima automobile inaffidabile dei diciotto anni. Al mare per un giorno intero. L’aria salata ubriaca appena viene annusata. Ed è come se solo quel vento che spazza l’afa, gridando insieme al mare, fosse l’unico vero sommovimento d’aria mai percepito. I polmoni si espandono in inspirazioni parossistiche e non è stata mai vita prima.

I bambini costruiscono castelli di sabbia e li circondano di mura che non reggono alle ondate. Brevi tradimenti consumati con gli occhi, pance adipose e vite sottili. L’enigma annunciato all’altoparlante durante la Settimana della sfinge intrattiene i bagnanti più curiosi. I tradimenti coniugali di chi non si ama più da tempo e continua a non sapere cosa sia stato, cosa abbia unito e sottratto, fuso e distratto, cantato e che ora rimane in silenzio.

Era stata una giornata di caldo opprimente che sospende i pensieri e striscia, allungandola fino a quando è possibile, l’attesa. L’attesa che un giorno nuovo avvampi ancora, che arpioni il petto e lo trattenga perché quanto è stato detto non venga dimenticato, non come la notte che segue il giorno dimentica il giorno ed è cieca al confronto del giorno successivo.

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