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  • Salvatore Enrico Anselmi

Chiamata alle armi

Updated: Jun 14, 2018


Salvatore Enrico Anselmi, "Chiamata alle armi"

Carlo credeva che la vita fosse una chiamata alle armi, alla quale tutti, volenti o nolenti, erano obbligati a rispondere. Senza distinzione di razza e di condizione, di nascita e di talento.

Tutti, indistintamente, in un giorno, che nessuno ricorda, erano stati obbligati a dichiarare la propria presenza e a spuntare lo spazio bianco accanto al nome. Il sollecitatore era stato, di volta in volta, un parto prematuro, un cesareo o una nascita naturale. Travaglio, dolore, quello che le madri riescono straordinariamente a dimenticare, come se fosse accaduto a qualcun’altra, spossatezza infinita, gioia esuberante e inconsulta per aver compiuto l’atto più straordinario che possa essere messo a segno, la chiamata al mondo di una nuova recluta.

L’appello enumera possessori di acume così come di ottusità – pensava – Gli anni successivi annoverano accrescimento fisico e mentale, raggiungimento consapevole delle facoltà essenziali, capacità di correre, mangiare e cacciarsi nei guai.

Le armi alle quali gli uomini vengono chiamati sono l’intento di cimentarsi in azioni di gruppo o in solitaria, l’attacco sfrenato o la difesa a scopo di conservazione e per l’impulso di consumare azioni gloriose con atti eroici. Spesso le armi sono azioni inique o miserevoli, giustificate da bassi istinti. Nessuno, tuttavia, prima di sondare la tenuta del campo di battaglia, le condizioni atmosferiche, l’irraggiamento solare, le variazioni igrometriche, ha mai sostenuto un vero combattimento. Gli forniscono quello che si pensa possa essergli necessario, lo spintonano sulla trincea, lo gettano dall’aereo, gli assegnano un pezzo mobile di artiglieria da disincagliare. Il povero cristo s’incunea nella ferita di una trincea e comincia a sparare, più ne ammazza, più avrà possibilità di ottenere una licenza premio. Chiude gli occhi, si lancia, fa aprire il paracadute e plana fino a terra sperando di non rompersi una gamba. Aziona un palo a mo’ di leva, spinge, fa rotolare i tronchi sotto le ruote e libera il pezzo.

Quando Carlo decise di andare a convivere con Sara, era impegnato in una guerra personale: liberava il pezzo, si lanciava dall’aereo, sparava dal ventre della trincea.

Quando Carlo decise di andare a convivere con Sara, che nel frattempo s’era accorta di aspettare un figlio, era impegnato in una difficile guerra personale: liberava il pezzo, si lanciava dall’aereo, sparava dal ventre della trincea. In realtà le trincee erano due: la moglie e i due figli, la prima; Sara e la nuova recluta appena chiamata all’appello, la seconda. Entrambe le fenditure erano prodighe di fanghiglia e spaziose in modo ridicolo, di misura appena più larga delle spalle.

La moglie sperava che Carlo la smettesse di correre appresso alle sottane che annusava appena l’aria sottile gliele portava alle narici, Sara sperava che Carlo avrebbe lasciato la moglie quanto prima.

Carlo aveva promesso a Sara di andare a convivere con lei, c’era andato, per due settimane, le stesse due settimane durante le quali aveva detto alla moglie di dover ripartire, ed era l’ennesima volta, per ragioni di lavoro. Carlo faceva il rappresentante di sistemi idrici per l’agricoltura. La sua clientela coltivava mezza Pianura Padana, le valli di Comacchio, un terzo delle colline astigiane, una dorsale non irrilevante dell’Appennino tosco-emiliano. Insomma era quasi sempre in viaggio, quindi pensò che proporre una convivenza a Sara, per chiuderle la bocca, sarebbe stata promessa facile da fare e non troppo esosa da mantenere. Sarebbe rimasto per un po’ con l’una, avrebbe lavorato, si sarebbe accasato temporaneamente con l’altra e di nuovo così, a ripetizione, fin tanto che fosse stato possibile.

La gravidanza di Sara procedeva mentre la pancia lievitava, i vestiti le andavano stretti e il lavoro – faceva la cameriera – diventava sempre più pesante. Carlo arrancava sulla ruota, arrivava in cima, la discendeva rischiando l’osso del collo, e ricominciava. Annaspava come un roditore frenetico sulle zampette, s’attaccava con le unghie ai pioli della scala girevole, ansimante senza sapere dove andare, infoiato e nevrotico. Tagliava il nastro di partenza per riannodarlo all’arrivo, il punto di riferimento era sempre quello, il piolo rosso in mezzo a quelli bianchi.

La doppia vita lo esaltava e lo deprimeva allo stesso tempo, si riteneva un uomo fuori dal comune per riuscire a gestire la compresenza di due donne, e relativi figli, reclute già in servizio o in arrivo. Era solo una non irrilevante messa a punto organizzativa, era questione di ottimizzare le funzioni del suo smart-phone e tenere sempre aggiornata l’agenda elettronica. Date e appuntamenti dovevano collimare in dinamici e variabili assemblaggi combinatori. Si sentiva di nuovo impudente come a vent’anni, quando aveva cominciato a lavorare, la macchina mangiava chilometri di strada, e siccome era una vera carretta la polvere gli entrava dal radiatore, dal cofano, dagli sportelli. Macinava chilometri e mangiava la terra. Macinava chilometri e collezionava donne in ogni porto.

Il nuovo sistema idraulico a pressurizzazione variabile dell’acqua gli stava fruttando buoni guadagni. Gli fruttava introiti rimessi presto in circolazione per un pieno di gasolio, per un ristorantino, per la sosta a un bar. Tornava ad una delle due case, ripartiva e si eclissava battendo i primi, liberatori chilometri di asfalto sulla provinciale che da una delle due case lo restituiva alla libertà.

Qualcuno dei clienti di Carlo sapeva. Quelli che sapevano rimasero zitti, tutti tranne quei due o tre che ritenevano di non aver ricevuto un trattamento di favore e avevano dovuto pagare il prezzo pieno per qualche fornitura. Uno di questi si premurò di telefonare alla moglie di Carlo. Qualcun altro spedì una lettera anonima a Sara. Carlo fu messo in mezzo, inchiodato al crocevia che portava da una parte a casa della moglie, dall’altra a casa di Sara.

Al ritorno da un giro di largo raggio non fu necessario per Carlo andare prima da una e poi dall’altra per incontrarle entrambe la stessa sera. Sara era andata dalla moglie di Carlo quel pomeriggio. Avevano parlato sulla veranda annusando l’aria tiepida della primavera. Ognuna aveva detto all’altra tutto quello che l’altra non sapeva. Si piacquero. Stipularono un’alleanza, come solo le donne che si alleano contro un nemico comune sanno fare. Lo avrebbero aspettato sulla veranda, insieme, una visibile in lontananza, l’altra nascosta dietro a tre grandi vasi fioriti.

Carlo scese dalla macchina e si avvicinò alla casa. Vide la moglie troppo sorridente e s’insospettì.

Carlo vide la moglie troppo sorridente, s’insospettì e si fermò, con un piede sul primo gradino della veranda e il secondo ancora sull’asfalto crettato dal gelo dell’inverno appena concluso.

Non ebbe il tempo di avvedersi che Sara, saltata fuori da dietro ai vasi di ortensie rampicanti, s’era messa ritta davanti a lui come una sentinella che avesse ingoiato un palo, e presa la mira, gli stesse sparando. Carlo non sapeva fosse una scacciacani e pensò che l’ultimo giorno della sua vita fosse stato preso all’amo, e con esso lui stesso, le migrazioni per l’Italia, la doppia vita, i clienti, la libertà. Annusava l’aria e respirava la terra sollevata dal vento bizzoso di marzo.

Svenne per la paura. Si risvegliò nell’astanteria del pronto soccorso, su una barella di fortuna, con i figli che gli davano pizzicotti sul braccio. Dimesso il giorno dopo, Carlo tornava a casa e prometteva al cielo e alla terra che avrebbe cambiato vita. Avrebbe aspettato la nascita del bambino di Sara, lo avrebbe riconosciuto ma promise solennemente a se stesso di tornare con la moglie.

Pianse e promise solennemente.

Tornava a casa Carlo in macchina coi lucciconi che gli inumidivano ancora le guance, Carlo, marito redivivo e padre riconciliato.

Incrociò con lo sguardo il cartello di un’autostoppista che gridava “Firenze”. Carlo non era mai stato a Firenze se non per lavoro. La destinazione era tesa tra le mani di una ragazza olandese che avrà avuto sì e non poco più di vent’anni, accaldata per l’attesa sotto il sole e sorridente.

Carlo inchiodò: “Vai a Firenze bella biondina?”.

“Sì, devo racciuncere alcuni amici” rispose la biondina.

“E allora monta su, così te li faccio racciuncere io”

Carlo si asciugò i lucciconi, che poi doveva essere solo un po’ di sudore. Si riassestò i jeans all’altezza del cavallo, tirò su col naso e sorrise.

Dimenticò la moglie, Sara, la nuova recluta in arrivo, i pizzicotti dei figli, la pistolettata a salve e l’afflosciarsi come un sacco vuoto delle sue gambe, il buio improvviso, l’astanteria, i clienti, il sistema idraulico a pressurizzazione variabile dell’acqua.

In trincea ci tornerò domani, o magari la prossima settimana. Oggi libera uscita!

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