UOMINI E ANIMALI
- Salvatore Enrico Anselmi
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Dopo l’emersione dalle acque, i pesci abbandonarono le circonvoluzioni liquide nelle quali avevano nuotato durante i lunghi anni del silenzio. Si staccarono di dosso le code lattiginose, presero possesso delle terre e smarrirono l’uso delle branchie. Le squame si uniformarono in una lucida livrea di pelle distesa per coprire le ossa e guarnire la tensione dei muscoli.
Esauriti i pascoli, fatto cadere il vello come fogliame secco, gli ovini sacrificali smisero di brucare prostrati a terra, alzarono il muso e con quel viso, foggiato per osservare il cielo, dominarono lo spazio fino all’orizzonte attraverso occhi meno acquosi.
Il cielo era una campitura compatta come una lastra di raro lapis orientale.
Al di sotto si distendeva il discrimine tra solido e aereo, accompagnato dal chiarore del primo giorno, tagliente come una lama che affila la sua tempra su coloro che hanno osato osservare e tendere l’arco verso una fausta o infausta sfida.
Alcuni quadrupedi impararono a sorreggersi in equilibrio solo su due arti e videro atrofizzarsi la loro coda. Mentre ascendevano, rafforzavano ogni anno di più la tracotanza dell’erigersi a un grado superiore. Ma dell’essere stati proni non persero memoria.
I predatori scesero dagli alberi e continuarono a fare stragi, meno sanguinolente all’apparenza.
Le prede si avvidero di dover correre per prime e più a lungo perché la discesa da parte dei predatori, che ora vivevano a terra, aveva posto questi più vicini a loro e quindi topograficamente esiziali.
I primati appresero a estrarre formiche e termiti con fuscelli da succhiare. Quei fuscelli furono usati anche per rimuovere i parassiti dagli occhi e dalle orecchie, per ripulire le dentature inondate di insetti, per infilzare larve da arrostire alla fiamma. Per scrivere sulla polvere.
Percuotendo una pietra dura contro un’altra più tenera riuscirono ad armare le mani che, grazie all’opponibilità delle falangi come quella dei pensieri, sarebbero state l’origine della coazione contro chi era più lento a comprendere la funzione di un arto considerato erroneamente ancora solo una zampa.
Imitando gli uni le espressioni assunte dagli altri, inventarono i sentimenti e coniarono la mimica rappresentativa degli stessi, talvolta per semplice similitudine d’intenti, talvolta perché si resero conto che quella dovesse essere una tra le più evolute tecniche di comunicazione. Talvolta per sola mimesi e per esclusivo adeguamento.
Il nemico recedeva per la paura suscitata dal digrignare dei denti, i giovani compresero dalla condiscendenza dei corpi che la stagione dell’estro era iniziata. Il sorriso che si allarga sul muso prognato diventò un tentativo per estorcere clemenza mentre il possessore ilare delle labbra arcuate impugnava un fendente.
Molti costituirono una società organizzata e, battendo gli arti sul petto villoso, imposero le loro leggi. Persero buona parte dei peli e furono costretti a coprirsi in altro modo.
La voce del vento smise di raccontare le storie annodate tra i cirri.
E lì restarono inascoltate o non comprese a lungo.
Si dice che quando qualcuna di queste, annidata per anni tra vapori atmosferici, venga staccata dall’insorgere dell’aria, della pioggia o scompaia disciolta dal sole, allora quello sia l’inizio di una nuova vita sulla terra dove è stata inviata affinché, smossa dal vento, liquefatta insieme alla pioggia o ridottasi all’eco illusoria della creazione, possa iniziare il suo canto primo.
Ed è questo il giorno in cui si manifesta l’afflato che feconda come azione amatoria.
L’uomo inventò l’Eden dove avrebbe voluto vivere per sempre e plasmò un dio creatore dell’uomo savio e giusto, libero e coraggioso, a immagine e somiglianza del giardino intatto delle origini.
Nella mistura primordiale, tuttavia, fu impastato anche il fango.
Con quella poltiglia l’essere vivente più intelligente, e quindi più pericoloso, foggiò i suoi muscoli, i suoi lombi e il suo cuore. Di quel fango si cosparse per intero, dalla pianta dei piedi alla punta apicale dei pensieri, passando per i gangli del sentire al grado più elevato.
E l’uomo fu pronto per chiamarsi tale.
Nascose il tristo vero sotto un mucchio di foglie bruciate per segnalare – agli uccelli, agli astri incendiati a distanze incommensurabili, agli accenti di buono e cattivo tempo – che lì abitava l’uomo.
Del vero si perse memoria apparente o si ritenne possibile farlo.
L’uomo costruì villaggi, inurbamenti di argilla, quindi grandiose città circondate da mura splendenti, all’interno delle quali trovare frescura in giardini ombreggiati, sottratti alla siccità e alla mannaia livellatrice del deserto che si fa trastullare dal vento, che si fa trasformare dal vento in ciò che non è mai stato prima. E fa smarrire carovanieri e cammelli col tutto il carico. Fa smarrire la sostanza e l’essenza, i ricordi e il viatico per ritornare ad annodare il ricordo.
L’uomo migrò in aree più temperate e verdeggianti, presso mari pescosi, salì a sfidare i picchi innevati e i fianchi scoscesi. Puntellò sui crinali più impervi paradossi di pietra e mattoni sui quali costruire le sue case. Predilesse le pianure e le valli presso le acque dolci alle quali attingere senza doversi ustionare la bocca.
Chiamò amore la congiunzione con i suoi simili e famiglia la più piccola comunità conosciuta.
Col fango continua a impiastrarsi i capelli, le braccia e il torace.
Traccia segni sui suoi muscoli e da quei segni si riconosce.
Volge, pietoso, la testa verso ciò che l’opportuno, atavico istinto di sopravvivenza o di sopraffazione gli indica come meritevole.
Meritevole è il conveniente.
Adora, prostrato, il meritevole se il meritevole è potente e pericoloso.
Si dichiara puro, derivato dai nevai più alti e incontaminati. E sulla scorta di quell’origine, algida e incorrotta, aborre in pubblico il greto del malcostume, la sassaia franata a valle della connivenza, la presunta vulgata della presunta corruzione, lo sterminio dei rami e dei tronchi tranciati, che gli oscuravano la vista del cielo.
Felici erano i progenitori non ancora discesi dagli alberi e gli abitatori delle caverne, lampeggianti di fuochi e bagliori, graffiate dai segni vergati col sangue e col fango che narrano di uomini atterriti dal dio del tuono e dal demone del lampo.
Quando gli uomini si resero conto che come esseri pensanti non erano stati così meritevoli di rimanere per sempre i padroni del mondo, si estinsero, scomparendo gradualmente.
In realtà si estinsero come uomini, ma non come esseri viventi.
Tornarono a recuperare l’olfatto finissimo, l’istinto di sopravvivenza, la vista acuta e nessun senso di colpa per aver dilaniato il capobranco del branco nemico o amico che fosse, mangiato la sua carne e pulite le fauci strusciandole sulla pelliccia inerte e svuotata che aveva coperto i suoi muscoli.
A molti spuntarono la coda, il pelo, le squame, le piume e si rifugiarono sugli alberi da dove erano scesi, s’inabissarono nelle acque dolci e in quelle salate, recuperarono la leggerezza del non essere infiacchiti verso terra da un pondo di ossa piene e ripresero a vergare di colpi remiganti la bruma ancora bassa e il cielo che non tollera confini sopra di sé.
Gli uomini tornarono primati sugli alberi e nelle foreste.
Tornarono a nuotare come pesci nelle acque basse, dapprima, in quelle alte poi, una volta diventati esperti nel governare i loro corpi come imbarcazioni dotate di timone.
Recuperarono una coda capace di appigliarsi a un ramo o fluttuare in acqua.
Videro la loro carne ricoprirsi di branchie e squame disposte come tegole dalla testa alla pinna puntuta del loro apice anatomico.
Ripresero a cacciare, se forniti di denti e unghie, e a scappare se dotati di zampe più forti.
Ripresero a inviarsi segnali. A scuotere le foglie e sollevare la terra in aria, ad alzarsi su due zampe solo per traguardare il nemico da dietro le frasche.
Il mondo si ricoprì di lepri e carnivori capaci di inseguirle fino alla tana.
La pelle rosata si coprì di un vello ondulato come quello che le messi stendono sui campi. E, persa l’opponibilità delle falangi, gli uomini furono costretti a far retrocedere gli arti a zampe, a zoccoli, a cuscinetti armati di aculei retrattili.
Orrendi e tribali, come squarci nella notte dopo i festeggiamenti intorno al fuoco, persero l’articolazione della parola per uniformare il loro linguaggio ai guaiti. Cominciarono a lanciare con la gola i messaggi di fuga e l’allarme suscitato dall’avanzata silenziosa dei felini famelici.
Talvolta uno di loro indirizza in alto lo sguardo e crede di intravedere nella nuvolaglia lontana, verso l’orizzonte, una forma allungata e verticale come di essere umano, quello che un tempo ognuno di loro era stato, senza quasi ricordarsene più. Osservando quella sagoma alta e bipede, dapprima ne rimpiangono forse la condizione, ma subito dopo si rianimano pensando alla facilità di poterla ridurre a brani e mangiarla.
Grazie alla violenza della fame colmano ancora il vuoto del ventre e di tale aspirazione si saziano.











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