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  • Salvatore Enrico Anselmi

Ci bastava credere


Ci bastava credere ed essere satolli di quel credo per evitare di condurre le giornate nell’inutilità.

Ci bastava ritenere che nelle nostre mani risiedesse l’abilità esecutiva, l’arte della manipolazione degli oggetti e dei materiali per pensare che, una volta appresa la procedura, quegli oggetti e quei materiali si sarebbero piegati alla pressione delle dita. Sarebbero stati per sempre catalogabili, fattori noti da inserire all’interno di cassetti, faldoni, cartelle, raccoglitori mentali di una qualche importanza.

Categorizzare.

Si riteneva di poter catalogare il mondo e le sue manifestazioni, con azione conoscitiva meticolosa e capillare ma anche con le forme e secondo le modalità più lasche e allentate, ludiche e non coincidenti alla perfezione con un sistema sempre uguale a se stesso, tipiche del metodo giovanile.

Bastava distinguerci da quanti non lo facevano.

Quelli che non agivano di conseguenza non erano i più.

I più agivano come noi agivamo. E di questo eravamo nel complesso soddisfatti per via di un’abilità nel riconoscerci, quasi da lontano, annusare l’aria familiare anche senza aver ancora scambiato una parola.

Qualche volta ci ingannavamo. Qualche volta no.

Una giovane comunità di menti lucide, una giovane comunità di menti aperte e avide di ignote avventure rivolte alla vita come quando ci si sporge da sopra la ringhiera in un balcone posto in alto per vedere tutta la strada passante sotto, lunga da parte a parte in quella porzione di città, formicolante e viva di gente che alimenta le sue storie.

Galleggianti dall’asfalto verso i tetti, le storie di quegli abitatori del mondo costeggiano le facciate, entrano in collisione e s’intersecano, come in una preghiera laica, come in una cassa di risonanza urbana, come quando non basta più essere vivi senza sapere bene perché.

Il mondo adulto appariva anomalo e lontano.

Benché lontano ci irretiva, ci spingeva a seguirlo, illuminava i pensieri e insegnava ad apprendere, rapidamente, posture, atteggiamenti, movimenti per occupare lo spazio.

Il mondo adulto ci sembrava superiore, o forse doveva essere stato superiore ma ormai da modificare in qualche ingranaggio, da migliorare, da oliare affinché fosse meno aggressivo e frontale, meno formale e granitico.

Eravamo l’insidia ai fianchi di una nascente, pacifica rivoluzione, di una rifondazione delle idee, di una rilettura delle leggi. Anche la nostra, come le generazioni trascorse lo stava facendo, come le generazioni a venire avrebbero fatto. Come sempre il giovane fa quando emenda l’eredità trasmessa. Come sempre l’adulto fa nell’appoggiare lo stigma dell’incoscienza a chi possiede mani più verdi.

Eravamo savi ma anche sciocchi, come spesso i giovani sono, e ce ne rendevamo conto come se stessimo conducendo un gioco di riconoscimento.

Eravamo ingenui e cinici, sprovveduti ed esperti, parzialmente corazzati e sguarniti a un tempo.

Cantavamo senza saperlo fare, recitavamo versi che credevamo essere stati scritti da noi per primi, ma in realtà erano soltanto l’immagine e l’eco della nostra prospettiva sul giorno ormai alto, che da qualche altra parte qualcun altro aveva sperimentato senza che noi lo sapessimo.

Alcuni credevano.

Credevano che quello fosse il momento, che quello fosse l’avvio e l’abbrivio, che quella generazione avrebbe salvato il mondo, armata del giusto ideale, del giusto sentire.

Altri credevano invece che l’unico modo per vivere fosse infischiarsene e tirare avanti, riempire la pancia, defecare dovunque capitasse lasciando una scia sul marciapiede, una scia di idee deboli spacciate per forti e di scelte conniventi spacciate per scaltre intuizioni.

Molti provvedevano a prepararsi la strada da soli.

Molti altri se la trovavano già pronta, ben tracciata, vincitori del primo premio in palio senza neanche aver comprato il biglietto, soldati semplici senza essersi arruolati, sottufficiali di complemento, tenenti di cavalleria senza sella e cavallo, generali di stormo e di aviazione, senza brevetto di volo, geniali ideatori della nuova teoria e della nuova panacea. Già in panciolle durante l’anno sabatico senza aver maturato servizio. Con l’arto offeso senza aver mai scagliato un calcio al pallone che da solo andava a rete.

Miracolati, di lungo corso e dal lungo blasone, figliocci di, che denunciano il cardinal nepote d’essere stato, inetto e con mozzetta di sbieco, miracolato a sua volta dall’indulgente anello da baciare.

Molti tentavano la via degli investimenti, dell’acquisto di coscienze e puntelli sui quali far appoggiare la propria indefinitezza, claudicante e storpia.

Uno l’ho visto l’altro giorno con scriminatura retta sulla testa, pensiero torvo e contorto, involuto e sciatto. Si presentava in pubblico per stravolgere tutte le teorie pregresse dopo approfondite indagini sul web e sui libri durate ben tre giorni interi: «Tutti l’altri se so’ sbajati, solo noi annamo, noi famo, noi dimo. L’ho trovata io la via giusta pe’ interpretà la strana iconografia.»

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