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  • Salvatore Enrico Anselmi

Et in Arcadia ego


Alla finestra sei solita rimanere di guardia, come una sentinella acuta che squadra cielo e mondo tagliati dall’orizzonte, linea ferma che rassicura sulla terra al di qua e sull’oltre che evapora. Senza cannocchiale, senza mentire, senza garitte e col tuo solo corpo, che nutri perché non cada, perché non defletta, perché non abbandoni la postazione.

Non mi sottraggo al tuo sguardo, non potrei anche se volessi, anche svincolandomi dal tuo raggio d’azione, dallo spettro della vista e dalla luce dell’attenzione. Ampia è la terra che domini, ampia e frugifera. Più vicino un campo arato dietro l’altro, oltre questa casa. A mezza distanza una strada che seca come un fregio, continuo, una trabeazione di stringhe alberate e colline in ascesa.

Il fiume guadagna la valle, discende addobbato di azzurro e argento liquido sulle creste più chiare.

Gli alberi s’impregnano col respiro dell’aria, lo riflettono tra il fogliame mobile e inquieto. Si voltano le foglie, parlanti baciano i volti e le pagine, di recto e di verso, col filo e col bordo, con le nervature d’oro e i fianchi lanceolati.

È un paesaggio morale, un divenire etico, la coscienza dell’essere creato che al creatore è avvinto da un nesso tenace. Questo non potrà sciogliersi o essere negato.

«Et in Arcadia ego»dirai.

I pastori saggi mutavano accenti e in filosofica tenzone discorrevano su quando saresti apparsa e come, sulla reazione che avresti suscitato, certa, improrogabile. Ma se prima di te avranno vissuto come era giusto che fosse, sarai comunque ben accetta. Forse accetta.

Il pittore t’ha visto e tu non hai negato di esserti fatta scorgere e ritrarre. Sulla pietra c’era il tuo nome. Lui l’ha riprodotto. Una fenditura incavata dal tempo, una fessurazione intaccata dal gelo, una lacerazione, richiamata in superficie dallo strappo di due forze contrarie, attraversa il tuo nome.

Vorremmo esserti alieni e lontani, io spero lo saremo a lungo, lungo il fluire edace del tempo.

La montagna, dura come un blocco azzurro con peluria di vegetazione in cima, affonda il peso e comprime più in basso. Il masso si fende da tempo ma non lo dà a vedere e millanta compatto di avere il dominio sulla valle.

Fiumi di nebbia e vapore non ancora dissolto si arrischiano in salita lungo l’erta più aspra, la parete che uccide. Fuggono e inseguono, ricadenti e in seconda ascesa, risucchiati dal cosmo.

Allo stesso modo s’accompagna il pensiero. È più tenace del piccone, dei ramponi, della cordata e stabilisce su pioli affondati le soste, le veglie e l’irrompere certo. Giunge estatico sulla sommità. Da lì domina a perdita di sensi, a smarrimento del fuoco, l’altrove lontano e lasco, come in visione di sogno che si credeva inarrivabile. Il soffio s’espande e nulla di carne, di mano, di ferro può intaccarne la sostanza purissima.

Agile come un felino elastico, inquieto come il quesito eterno, il pensiero travalica il monte e l’inciampo, dispiega le tele al vento le fa gonfiare da questo. Ne gioisce con guance ridenti, imporporate d’oro. Si posa su quanto è emerso e lì rimane, proclama il suo potere, lucido e lungimirante, esteso e invitto. Affrancato dal laccio vira in arabeschi policromi e dichiara se stesso.

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