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  • Salvatore Enrico Anselmi

Grilli e cicale


Era il momento della giornata in cui i grilli prendevano il posto delle cicale, il canto acuto e lontano, zigato con note alte, sostituiva lo sfregamento, rude e da infinita catena di montaggio, che aveva segnato il frinire di tutto il pomeriggio.

La sera s’inchinava, clemente, sulla città sfatta dal sole. Spargeva folate fresche sui sassi roventi, sulle strade spaccate e i campi lontani in alopecia. Un naturale cambio della guardia non predisposto, un fine turno condiviso e spontaneo, un avvicendarsi di attori sulla scena per la consueta improvvisazione di fronte al tramonto.

Animali e insetti erano rimasti fermi tra le foglie, in attesa della sera. Ascoltavano il silenzio appiattirsi sulle superfici delle facciate, entrare nelle case, sbirciare tra gli spiragli delle porte. Poche manovre erano praticate su quel fazzoletto di terra abitata, sul piano di calpestio urbano che aspirava a spazi aperti. S’incappava in se stessi e nel non essere quello che sarebbe dovuto.

La seduta al solarium domestico delle terrazze popolate dai bagnanti di città aveva fine. Si arrotolavano stuoini, si chiudevano sdraio, si finiva il ghiaccio addolcito in fondo al bicchiere da bibita. Setaccio automatico dei messaggi telefonici e un tatuaggio recente su cui passare il lenitivo. Un altro segno d’identificazione come se fosse impossibile riconoscersi senza. Il notiziario da un televisore del condominio di fronte mandava in onda la sagoma adiposa di ministri sulle spiagge col rosario in una mano e l’altra in cerca delle spalle abbronzate delle bagnanti. Altri sbarchi negati, un’altra crisi di governo, un’altra crisi d’identità nazionale. Un altro crollo di ponti dopo un anno dal crollo non seguito dalla ricostruzione.

La lettura, la telefonata di un amico, un invito a salutarsi di persona.

I libri in circolazione lasciavano un retrogusto amaro e inducevano alla ricerca quasi spasmodica di una storia. Libri identici dalla copertina all’epilogo sembravano scritti dalle stesse persone. Tutti con la stessa voce, senza variazioni, senza originali prese di posizione, omologati per tentare di solleticare il lettore di buono e basso appetito. Anche quello in progressiva via d’estinzione.

Dal cartonato flessibile occhieggiavano giovani volti tra le foglie, lentigginose gote infantili, profili efebici che promettevano cambi di scena e di continente, nuove e più impacciate donne della fortuna. Venti parole componevano il periodare tipico dello scrittore che poteva essere letto, dodici quelle usate dall’autore al di sopra del valore medio. Sei parole a ogni frase per il best seller che avrebbe segnato la svolta nella letteratura: la letteratura che cantava lo struggimento per la morte del cellulare, il dolore per lo scemare dei like, la gioia per la sinestetica fragranza dei piatti ammanniti da uno chef stellato che occupava le pagine di Spremuta ed estasi, il sesso bulimico e manipolatore di Strofinami il sedano sulla schiena.

Come per Bukowski, caduto in adorazione del narratore ritrovato in mezzo alla desolazione del deserto, dopo le peregrinazioni, dopo le troppe letture inutili, dopo troppo tempo sprecato dietro la prosa sciatta e sempre uguale a se stessa, stampigliata allo stesso modo e con la stessa dinamica sulla stessa superficie, l’apparizione di Fante.

Fante ovvero l’umanità alta e cialtrona, atea e cattolica, gli italiani diventati quasi americani, la scrittura per il cinema e la scrittura letteraria, l’impossibilità di pubblicare e la difficoltosa pubblicazione, la saga di Arturo Bandini, il grido, il lancio contro la polvere, la disfatta personale e la boria del presunto grande scrittore, l’assurdità della vita e la quiete tiepida della conversione, l’aglio in tasca per far nascere un figlio maschio, le intemperanze incomprensibili di chi affianca il protagonista come un comprimario, i personaggi esaltati e battuti con la stessa entusiastica foga.

Per Fante il problema atavico dell’uomo risiedeva nell’essere un ciarlatano onnivoro, uno sbruffone abbarbicato all’ultimo millantato credito, nel peccare e provare un rimorso insufficiente, una pietà da stendere come il fazzoletto allargato sulla testa delle donne in chiesa e di nuovo arrotolato come un sigaro a cui dare fuoco e respirarne il fumo.

Ask the dust inosservato. L’unico successo commerciale in vita era stato Full of life, poi il cono d’ombra s’era disteso anche sulle pagine scritte per parlare dei confratelli del vino.

Il cono d’ombra sollevato, spostato su chi e su che cosa? Il faro puntato invece sul nulla pensiero, sul narratore in astensione da riflessioni, la maledizione del lettore anestetizzato dalle storie varate col marchio delle scuole di scrittura. La nemesi del disimpegno che simula impegno, l’omologazione di apparire alternativi, la sintassi elementare, la prosa abbattuta e circostanziata intorno alla fenomenologia dell’ombelico cadevano a picco sui libri di recente scrittura.

La prosa di Fante, invece, riconciliava con la lettura e con gli uomini, colleghi inaffidabili pronti all’errore, autentici idolatri, spergiuri fino all’ultimo incrociare di indice e medio per rendere nullo ogni giuramento. Eppure il silenzio e il cono d’ombra sui titoli di Fante erano stati stesi dai lettori, dagli stessi lettori che avevano riempito i cinema dove si proiettavano i film scritti da lui.

Prosatore inspiegabilmente rimosso, Fante aveva lavorato con asettica diligenza alle sue sceneggiature e continuò a ricevere l’assegno settimanale dalla Paramount. Assicurò in tal modo tranquillità alla famiglia fino a quando la moglie lo avrebbe affiancato nella scrittura di Sogni di Bunker Hill, diabetico, vecchio John divenuto cieco e dettatore dei suoi stessi libri.

Il cono d’ombra! Il cinismo della dimenticanza! La maledizione della dimenticanza e della memoria corta.

Era quello uno dei tanti fazzoletti di terra civile in cui la memoria era sempre stata corta. Era un grande vantaggio per chi doveva abradere i cambi di giubba compiuti e auspicava che la sua altalenante militanza fosse stata rimossa. Era un grande vantaggio e un’arma formidabile, per gli imbonitori che ora sventolavano la bandiera più sgargiante mai avuta a disposizione, stazionavano sulla postazione più estrema, tetragoni, dall’alto dello scranno, costruito appositamente per loro, celebravano resistenza e resistenti, disobbedienza e disobbedienti, sparlavano degli intellettuali scomparsi da poco i quali di certo non avrebbero potuto replicare.

John imprecava contro le termiti che avevano invaso la sua casa, Joyce sopportava il peso del rigonfiamento sulla pancia che di lì a qualche tempo sarebbe scomparso con la nascita di un maschio, il nipotino di nonno Fante. E mentre Joyce si convertiva al cattolicesimo cadeva il governo, gli alleati si sputavano in faccia e, richiamati dalle imminenti elezioni politiche, talpe e scarafaggi tornavano in superficie. Un esecutivo di scopo e il taglio dei parlamentari, la legge di stabilità incombente e la tripla B, che non faceva retrocedere ancora l’economia nazionale per bocca e previsione di un’agenzia privata, riempivano le colonne dei quotidiani altrimenti diserte in estate.

I pennivendoli scrivevano a comando dei loro padroni, i portavoce facevano giungere, con seriosa professionalità, il pensiero non complesso dei datori di lavoro a quante più persone possibile. Chi non era abituale produttore di pensieri profondi tentava di esprimerne almeno uno che fosse pronunciabile, che apparisse veritiero e originale. Chi era in assenza di originalità attingeva al prontuario Massime e pensieri per ogni occasione. Nuovi baciapile, a metà strada tra ossequio da portaborse e devozione pretesca, dichiaravano buoni sentimenti dal piccolo schermo, davano spazio a oratori, opinionisti e attori in disarmo, attribuendo all’estetica del becero il rango di Nuova pensiero associati.

La politica spettacolo impegnava le piccole Lilli e le piccole Lilli crescono, inzuppava di sudore le camicie bianche da commesso del giornalista in carriera non ancora affrancato da inflessioni fonetiche territoriali e portatore sano di borse sotto gli occhi. Mimetizzava la gracilità dell’imbonitore col gesto perentorio del concedere e togliere la parola ai commentatori politici impegnati nel contempo allo smartphone a comunicare l’aggiornamento delle proprie tariffe.

Dopo l’incontro col Presidente, Valentino vestito di nuovo leggeva con qualche difficoltà dovuta allo scarso impegno a casa il compito scritto a mano, senza dare segni apparenti di comprendere quello che forse gli era stato scritto e leggeva a fatica.

Si continuava ad andare in vacanza incolonnati, a ingurgitare spritz e aperitivi in riva al mare parlando ad alta voce e ascoltando chi cantava senza voce.

Abbonati a tutte le piattaforme, si seguivano avvincenti serie, girate allo scopo di abbattere il gusto e corrompere la coscienza col presunto intento di fortificarla.

Si viveva una volta sola e si dormiva accanto al corpo noto di sconosciuti.

Quando le cicale prendevano il posto dei grilli ci si sollevava faticosamente dai letti, paludosi di caldo, poco vestiti ci si affacciava ai balconi, urlando al cellulare per condividere conversazioni profonde. La crema lenitiva faceva effetto sui tatuaggi. I draghi sputavano fuoco sugli avambracci tesi e dall’alto delle tempie rasate.

Solo così ci si poteva riconoscere, marchiati e tribali.

Il canto acuto e lontano, zigato con note alte, veniva sostituito dallo sfregamento, rude, che avrebbe segnato il frinire di tutta la mattina.

Come poteva essere definito quel momento del giorno e quel luogo in cui, appena fuori città le strade diventavano bianche e polverose, dove si ammassa «una polvere da cui non cresce nulla, una cultura senza radici, una frenetica ricerca di un riparo, la furia cieca di un popolo perso e senza speranza alle prese con la ricerca affannosa di una pace che non potrà mai raggiungere»?

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