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  • Salvatore Enrico Anselmi

La foschia come una coperta di lana


La foschia era una coperta di lana sul letto dei campi da coltivare. Ci alitava sopra. L’inverno era il tempo dell’attesa, mentre il padre di Antonio parlava al figlio guardando attraverso la finestra: “I nostri padri sapevano. Sapevano dare una risposta con arguzia, con lenta saggezza, ascoltando il cuore dell’albero, riconoscendo la posizione nel cielo dello sciame strisciato dai fuochi notturni. Sapevano che la terra grassa è adatta ad alcune colture e non ad altre. Riconoscevano le fioriture precoci, proteggevano le gemme esposte alla gelata, preziose, e attendevano che, aiutandosi sul muro assolato, crescesse la pianta di maggio.

Un giorno i nostri genitori hanno abbandonato i campi, per non doverli ferire più a fatica con l’aratro. Il vecchio è stato incendiato, il nuovo accolto con aspettative e baldanza. Hanno iniziato così a raccontare la loro storia. Nuovi solchi sono stati tracciati dal loro passaggio, compressi da scarpe cucite per camminare sulla pelle liscia dell’asfalto. Hanno gridato le loro storie contro l’aria gelida, al mattino presto prima della sirena d’entrata nelle fabbriche e fuori dagli uffici, sui treni e sulla strada per andare a lavoro. Hanno indossato la soma e il cappello, sopportato il basto e la verga. Senza passi indietro hanno seguito il nord, vestiti di lana grezza. Hanno fatto quello che gli altri si aspettavano da loro, in attesa di tempi migliori”.

Antonio conosceva bene questi discorsi. L’aveva sentiti tante volte e non ci credeva più. Credeva invece che se un vento forte non avesse spazzato via tutto, lui e i suoi compagni si sarebbero strozzati con le sciarpe di lana grezza e sarebbero inciampati sulla strada scelta dai piedi che sanno dove andare. Antonio voleva abbandonare la strada segnata, scavalcare gli argini, travolgere le siepi, pestare le aiuole e pisciarci sopra.

I suoi amici, tutti i suoi amici, erano pronti. Avrebbero fatto crollare i muri e scaraventato a terra i vecchi dagli scranni. Con le spallate, con la parola o con le pistole. I nuovi solchi sarebbero stati inondati di rosso, di rosso sangue.

Un giorno, all’insaputa di Antonio e dei meteorologi, come quando arriva la primavera o il primo giorno d’estate, i figli di Antonio realizzarono di aver sviluppato una coscienza edonista e, con le orecchie tappate dalle cuffie, i capelli coperti di gel e le camicie a righe, cominciarono a traguardare la strada e l’orizzonte basso da dietro lenti colorate. La voglia era quella di assecondare tutte le voglie, per non impegnarsi e non militare. Impennavano sui motorini, si lanciavano alla scoperta delle rudimentali applicazioni del Commodore 64, blateravano canzoni degli Spands. Tette a buon mercato sui canali in tv.

Mentre faceva aderire al velcro le spalline della camicetta, Claudia controllava allo specchio la linea nera sugli occhi, cotonava i capelli e pensava che quella sarebbe stata l’estate più bella della sua vita. A Londra con le amiche dopo la maturità. Riceveva molti no, Claudia, insisteva e riceveva alcuni sì. A Londra ci sarebbe andata comunque. Un ragazzo straniero l’avrebbe abbracciata e lei non avrebbe detto di no.

Al bar di una discoteca James, il figlio di Claudia, inghiottiva una mentina. Non un segno di malessere, James, fino a cinque minuti prima di cavalcare le onde più verdi che avesse mai tentato di domare rimanendo in equilibrio sopra un surf di schiuma.

Seguì un tonfo sordo sul cemento. Il labbro superiore, tagliato di sbieco, assaggiava il cemento lasciando una chiazza di saliva rossastra.

“Eppure era robba bona. Di quella fatta con amore!”.

L’amore valeva trentamila lire a pasticca. Le pasticche le potevi trovare dovunque, fuori scuola, al burger del centro commerciale, dentro i vasi ai giardinetti. Le migliori erano quelle da cinquantamila lire, quelle potenti che portavano subito su. Poi arrivava lo spintone da sopra, davanti, di lato e cominciava la picchiata, la vertigine e la picchiata a terra.

James era stato concepito su una panchina del Pier di Brighton. Dal padre, che non conosceva, aveva ereditato i capelli rossi e le efelidi sulle guance. In quel momento avrebbe voluto un padre che gl’impedisse di andare subito su e picchiare a terra, con un ceffone terapeutico, con un gesto adulto innalzato contro la piena adolescenziale che tracima. Ma un padre non c’era.

“Perché prendi quella zozzeria? Lo sai che mamma ti ama”.

La lavanda gastrica fu praticata in tempo e James poté festeggiare l’arrivo di gennaio, con la flebo innestata alla vena maestra del braccio e un sorriso lasco in faccia.

A diciotto anni di distanza da quel capodanno James, trentaquattrenne in cerca di lavoro non precario, ha messo la testa a posto, ha conosciuto una ragazza più giovane di lui, ha cominciato a contrattare dentro un appartamento in periferia. In due arrivano a poco più di mille euro guadagnati in un call center. Postano selfie a tre sui social, mentre Georgia, la bambina di sei mesi, nata da James e Noemi, rotea le pupille attratta da un moscone in volo.

Il venerdì sera la partita di calcetto. Qualche venerdì la partita non c’è ma James si allena comunque con Debora, sul divano nel salotto di Debora, la moglie dell’allenatore in seconda. Qualche volta Noemi non rimane a casa da sola a giocare con la piccola. Georgia dai nonni e Noemi con Tommaso, l’allenatore in seconda della squadra con la quale James gioca tutti i venerdì sera.

James spera che - una notte, quando lui e Noemi torneranno a casa, senza aver rinunciato alle alternative rispetto all’attesa e al calcetto - finalmente avrà il coraggio di troncare. Forse in autunno.

Al mattino presto James sfilerà trenta euro dalla sacca di Noemi, dopo aver raccattato macchinalmente oggetti e pezzi sparsi, infilerà la porta volando in strada, schiaccerà brina croccante sotto gli scarponi. Forse in inverno.

La foschia una coperta di lana grigia sulla città.

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