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  • Salvatore Enrico Anselmi

Il patto


Perché eri tu il chiostro ombroso,

il piccolo, immane cielo sovrastante.

Foglie confidenti gettavano ombre azzurrine

L’abbacinante gloria al centro del giorno pieno

parlava agli uomini e ai campi, alla quiete

aspersa e condivisa con urgenza

con l’urgenza materna che conosce

prima di sapere e serba in sé.

Perché eri il microcosmico assestarsi delle ore

ricadenti in fila ordinata.

Perché tu eri l’indaco che sconfina e dilaga

fino a quando il petto, in parossistica ascesa,

sfiata di gioia per non poter più inspirare

inalare la straordinaria ierofania del seme

del giusto sentire, dell’onesto vivere.

Perché eri luogo e punto fermo, il centro del sestante

Il vero verso concluso con l’undicesima sillaba

il prudente coraggio, la strenua difesa

la gioia scorrente tra i campi di giugno

l’alacre lavoro invernale, la voce garrula in aprile

l’abbraccio che concludeva la scesa a perdifiato.

Io ero lì, stupefatto ed estatico,

figlio che all’ombra di questo cipresso

stipula un patto, un’alleanza nuova e antica

come il primo sangue al primo vagito,

come il primo colostro al primo pasto

come il primo passo calcato sul mondo,

come il primo verbo vergato d’inchiostro,

come il primo allontanamento

verso l’impresa insondata

come il commiato ultimativo

come lo squarcio che affonda e si ritrae

acuto uncino che lacera,

straniero divenuto abitatore

infido nella carne e si ritrae.

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