SPARTACO ED ELOISA, OVVERO I DILEMMI DEL CUORE, LE ISTANZE DELLO STOMACO, E DOMANI TORNO A STARE DALLLA MAMMA.
- Salvatore Enrico Anselmi
- Oct 5
- 4 min read

John William Waterhouse, "Tristano e Isotta", 1916 ca.
Si garantisce che, per redigere il seguente testo, nessuna Intelligenza artificiale è stata seviziata o utilizzata in contrasto con il codice deontologico dello scrittore in dialogo con le applicazioni IA per colloquiare con esse allo scopo di un confronto innovativo sul versante delle nuove argomentazoni adottate nella produzione letteraria pungolata da consulenza artificiale.
LEI: Eloisa
LUI: Spartaco
LEI A LUI: "Amore, supponiamo che io sia una rosa, vorresti che io fossi floribunda o rifiorente? E se fossi una qualità d'uva, apirena o ipotanninica? O una veduta panoramica, ordinatamente pittoresca come un fiume varcato da un carro di fieno o caoticamente dionisiaca e pittoresca come una forra selvosa franante a valle?
LUI A LEI: "Sì, sì come vuoi tu, tesoro. Come fai, fai sempre bene. Ma quando si mangia? Magari selvosa no, potresti depilarti le gambe, e poi lo sai che le forre a cena non le digerisco e mi si ripropongono durante la notte."
LEI: "Ma amore, cosa dici? Ti va smpre di scherzare!"
DI NUOVO LUI A LEI: "Senti Apirena, Floribunda, dove cavolo stanno i calzini puliti? In questa casa non si trova mai niente!"
LEI A LUI: "Ma è possibile che pensi soltanto ai pedalini usciti indenni dal bucato e a ingozzarti?"
LUI A LEI: "Ma amore, il benessere degli arti inferiori è fondamentale, soprattutto lo stato di salute dell'allucione...Poi per uno che gioca a calcetto come me è vitale. Lo sai come mi chiamano gli amici della Virtus? Piedelesto!"
LEI A LUI: "Senti, Piedelesto, vedi di tornare a casa presto domani che ci sono i miei a cena"
LUI: "Ancora? Ma questa è la quinta volta in sei anni di matrimonio. Non si può mica andare avanti così. Poi dicono che i figli maschi sono mammoni..."
LEI: "Sei il solito insensibile. Allora lo sai che ti dico? Se a casa mia non sono più padrona di invitare chi mi pare, me ne torno dalla mamma".
LUI, compiaciuto con sé stesso per la sagacia dimostrata nella pugna più del cavaliere senza macchia e senza paura che ha schivato i colpi di Durlindana, più di Tristano, di Orlando, con più strenuo coraggio di Lancillotto, chiama a raccolta i suoi sodali: "A ragà, da domani casa libera. La frescona c'è cascata anche sta volta!"
LA CIURMA emette irripetibili grida di tripudio punteggiando un goliardico sottofondo che i Carmina Burana non censurati sembrano al confronto le orazioni di Don Abbondio, vaso di coccio. Al grido di guerra la mejo crema della crema si presenta al centro del salotto di Spartaco, trasformato in campo di battaglia,: Er Pantera, Il Cozzaro nero e Arsenio Lupini, mago dello sgobbo: "Sto weekende tutta la Champions League, le dirette, i posticipi, le proiezioni... Senti, a coso, a Spartaco, preparace n'pò du spaghi?"
"Sì e quarche sarsiccetta alla brace, du bruschettine"
"Oh, ma io c'ho freddo!"
E al vino? Al vino nun c'hai pensato? E non se fa mica così coll'ospiti de riguardo. Vallo a compra' o spilla du brocche da la cantina? Movete, che aspetti?".
La ciurma spazzola tutto come la peggio turba incazzosa delle cavallette mandate da Signore Iddio come piaga dell'Egitto, ma si lamenta delle salsicce bruciate, del vino poco sincero e degli spaghi conditi col ragù "de carne mortaccina".
SPARTACO, ferito da colpo inferto dai marrani intabarrati per farsi credere compagni, deluso da amici infingardi e poco propensi alla pratica sportiva liberata dai laccioli delle consorterie mangerecce, ROMPE LE CATENE.
Tradito dai suoi più cari, imbocca con lo sguardo lo specchio della porta, si assesta sul tondino del rigore e sferra il tiro più mirabolante che scarpino d'ordinanza abbia mai scagliato.
Fugge a casa della suocera scendendo dalla finestra con le lenzuola annodate, munito delle poche vettovaglie rimastegli. Chiede a quella santa donna di sua mother in law di essere adottato, o assunto a prestazione senza contributi, accolto come ragazzo alla pari disposto a portare fuori i suoi tre labrador e i quattro mastini napoletani tutte le sere, comprese quelle di plenilunio.
SPARTACO: "Signora, le lavo pure la macchina tutte le domeniche col detergente al pino muschiato delle Alpi, giro le pagine del giornale a suo marito mentre legge, accendo il fuoco e lo veglio tutta la notte per non farlo spegnere. Ma la prego mi faccia rimanere qui con lei e con suo marito! Non mi rimandi da quegli energumeni che mangiano a sbafo a casa mia! Anche Eloisa, se vuole, potrà restare! Io sono disposto anche a dormire nella cuccia dei labrador a testa fuori e corpo rannicchiato per occupare poco spazio."
La suocera titubò per qualche ora che Spartaco trascorse sulle panche dure di pietra in giardino in compagnia di uno dei cani che gli assaggiò le mani e la pancia per capire che sapore avessero gli umani di razza frescona. poi si risolse a rompere le catene di Spartaco con le tenaglie, e Spartaco tornò un uomo quasi libero. insieme alla suocera, al suocero alla moglie Eloisa, con i tre labrador e i quattro mastini napoletani nel letto e l'antipulci sul comodino al posto del libretto con le preghiere. Condivisero così per il resto della loro vita un appartamento di sessantacinque metri quadri commerciali, effettivi cinquantotto calpestabili, servizi sul ballatoio esterno e fetido sottoscala da usare come cantina.
LUI, SPARTACO: "Oddio, mamma!"
LEI, ELOISA: "Che c'è amore? Che succede?"
LUI: "Ho fatto un brutto sogno!"
LEI: "E che hai sognato?"
LUI: "Che mi facevo adottare dai tuoi come ragazzo alla pari senza contributi. Per fortuna era solo un incubo!"
Dalla cucina s'alzò un grido di battaglia, era Arsenio Lupini: "A Spartaco, ma quando so pronti sti due spaghi?".











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