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MY RESEARCH BLOG

  • Writer's pictureSalvatore Enrico Anselmi

Il convegno


George Grosz, L'eclissi, 1926



La congrega degli improvvisati con pedigree si riunì nell’unico palazzo storico che in quella circostanza poteva coagulare il raccogliticcio brucante intorno alla recente questione. Il grande convegno internazionale, che avrebbe segnato la stagione culturale dell’anno, aveva titolo e cornice puntuali:

Fenomeni di critica indotta dal rimestare nel trogolo vecchio, stantie ricette ammannite con nuovi mestoli d’occasione.

I mestoli d’occasione erano le piume altrui. Il trogolo vecchio conteneva un tema già abbondantemente sondato dagli studi. L’anima dell’operazione, Donna Ovipara de’ Deposti, sedeva con compostezza scorrendo la lista degli interventi. Anche quel giorno, durante il quale si apriva il convegno, aveva quell’aria in parte satolla di chi conosce le sue voglie ed entrature, ma può comunicarle al mondo solo a mezza bocca, per apparire più santa e sana di quello che in realtà è.

Dava l’idea, dopo essere stata abbondantemente gallata, di aver appena deposto la cova con sua grande felicità per propiziare la conservazione della specie. Ovipara, aria castigata da “voglio ma non posso” stampata in faccia, dava l’idea di aver appena mangiato troppo, poco prima di entrare in scena, e rimaneva costretta a contrarre le labbra per evitare esternazioni inappropriate. Due pieghe rivelatrici in tal senso le contraevano la bocca. E la bocca contratta si sclerotizzava in un sorriso di circostanza.

Era lei la suadente e bolsa padrona, ospite della conventicola. Con la sua aria metà da massaia fresca piega fatta in casa, metà da pioniera stile anni Cinquanta delle attività condotte lontano dai fornelli, parlava sempre poco e con voce inerte. Era espressiva come una bambola cocotte che allargava braccia e gambe, bardata a festa su un letto tutto balze e volant. Unica differenza gli occhi a mezz’asta invece che sbarrati e vitrei.

Le teneva bordone Seccosuardo de’ Malvissuti, il Sanato dei Sanati, l’indifendibile all’origine che olezzava ancora di cloaca benché si fosse asperso abbondantemente con Eau de Perfide millesimato. In queste circostanze tirava giù dall’armadio e ripuliva della naftalina il completino d’ordinanza con ancora le palline anti acaro che nuotavano nelle tasche troppo ampie di un modello risalente a dieci anni prima. Ordinario cerimoniere, fondatore del “Grande Ordine dei Miracolati Scribacchini di un solo articolo valutato come tre monografie”, era mingherlino e fuscellato. Era stato spinto da sotto, fino al parossismo tollerabile da parte di mucose già sollecitate, da azioni pressorie intermittenti e dalle forze che avevano avuto sosta solo quando s’erano scontrate con schieramenti molto più forti, tanto da far tremare i polsi. Contro quelle, infatti, Secchettosuardino non aveva potuto fare niente e ancora si mordeva le mani villose e bestemmiava in silenzio mangiandosi il fazzoletto, per aver dovuto ritardare di qualche anno la sua personale Apocolocyntosis e scrivere in ritardo il suo Ludus assumptionis divi Seccosuardi fumosissimo sermone loquentis et scribentis.

L’apposizione della targhetta lucida sulla porta del suo studio era stata l’atto di consacrazione deiettiva dei maneggi e degli scambi operati a infrazione delle norme. Secco saliva su una sedia, altrimenti non ci arrivava, e alitava più volte sulla placca di ottone cromato, ci sputava sopra, che tanto rimanevano in famiglia sia il nome che la bava, poi lustrava più volte col fazzoletto la lamina smerigliata.

 A voce bassa: «Eh, se mio padre mi potesse vedere! Eh sì quello stronzo di mio padre, che rincorreva minigonne da sfilare invece di stare a casa con me e la mamma! Santa donna! Oh, se mi potesse vedere anche lei, come sarebbe orgogliosa…».

  Sebbene rimproverasse l’assenteismo del genitore dal talamo coniugale, Secchetto si era comunque adeguato al gioco sin da quando il papà, che lo avrebbe comunque raccomandato, lo stava allenando alla hybris di casta. Un po’ come Ugo Tognazzi nel film I Mostri, il quale addestrava il figlio di sette otto anni secondo l’etica dell’inganno e della scorciatoia furbetta. E in fondo a Seccosuardo mancavano solo i pantaloni alla zuava di velluto per sembrare ancora, rattrappito e gobbetto a sessant’anni suonati, un lupetto ripetente, un ardimentoso scout respinto in “Esercitazioni di attraversamento sulle strisce a vantaggio delle signore anziane senza farle rovinare sotto le ruote delle macchine”.

«Seccosuardino, ma tu le vecchiette le devi far arrivare incolumi all’altra sponda della strada non scaraventarle a terra dove le strisce sull’asfalto fresco sono ancora viscide! E che mi combini? Mi cadi sui fondamentali?».

«Sono mortificato, Gran Mogòl, Gran Visìr…Non accadrà più, lo giuro sul mio onore!».

Mentre giurava, incrociava le dita della mano nascosta per annullare il senso di compromissione ed evitare di mantenere la promessa. Anche se, col passare degli anni, macchia più, macchia meno, avrebbe finito per perderne il conto man mano che le gore acidule avrebbero insozzato il suo grembiulino un tempo immacolato.

Da buon radical viperesco qual era, al convegno di primavera Secco avrebbe parlato dei suoi recentissimi studi onanistici quelli nei quali, sparigliando il secolo non suo, avrebbe colto grandi occasioni di fine stagione e inserito il nome di quasi ogni artefice nell’enclave territoriale governata dal fiore di farnia. Da sempre a lui sconosciuto.

Avrebbe ammaliato l’uditorio con il consueto piglio soporifero. Ne era certo perché credeva di essere diventato soave grazie all’imbiancatura della pelle e delle vesti che si dava sempre prima di salire sullo scranno dal quale teneva didattici sermoni. Allo scopo s’era lustrato da capo a piedi senza essere riuscito a togliersi di dosso l’aria fedifraga da proditore che gestiva lo spazio e la loquela con note alte di voce. Altrettanto efebiche, ma vane, le ricerche sulla testa dell’antico pelame ormai perduto. Con altra estensione, infatti, l’irsutismo s’era concentrato sul resto della sua complessione delicatina. Lo si capiva dai boschetti ispidi che gli uscivano da sotto il maglione e dalle orecchie. Altre aiuole di piante spontanee gli si abbarbicavano, sulle nocche e sulle bracciuzze tutte tendini, pelle e soprattutto pelo peggio di Esaù. Ma al contrario di questi, a costo della vita e dell’onore, non avrebbe mai ceduto il diritto di prelazione solo per una minestra. Per questo s’infilava sempre dovunque negli spiragli e nelle fessure anche a costo di farsi eleggere Presidente onorario dei cucinieri in servizio per insaccare la salama da sugo durante l’omonima sagra.

«Ogni posto lasciato è perso!».

Ancora in difficoltà di fronte alla pagina vuota, allucinato dal bagliore algido dello sparato bianco che dichiarava quattro frasi scritte in un’ora, te lo ritrovavi alle prese con contributi scientifici sempre tirati in quanto a stipsi critica. Un po’ per celia e un po’ per non morir tergiversava facendo lo scout anziano, il capo delle guide turistiche, l’esaminatore nei corsi abilitanti alla pratica della maldicenza e al posizionamento dei bastoni tra le ruote, dedito alla falsificazione dei curricula che, da vaghi e ondivaghi per oggetto di studio, diventavano coerenti e densi per elaborazione.

Nessuno tra il pubblico aveva mai il coraggio di dirgli che, come al solito, conservava il vizio di aprire parentesi senza chiuderle. Così i suoi interventi rimanevano guazzabugli inestricabili nei quali lo stesso Suardino restava avvoltolato come in un bozzolo. In quelle circostanze faceva tanta tenerezza perché incarnava la vittima incaprettata alla quale apporre la dolorosa mela d’ordinanza. In quelle ambasce conservava lo sguardo stupito e affranto, di quando era bambino, per essere stato giubilato ancora una volta dal padre anaffettivo che, prima gli organizzava la festa di compleanno ma poi, al taglio della torta, correva via per inseguire due cosce di passaggio senza neanche avergli consegnato il regalo: il solito servizio da scrittoio. Un servizio d’occasione con qualche difetto e rigatura. Ogni anno acquistato dalla segretaria tuttofare e imbavagliato nella stessa carta regalo fiorata, comprata a una svendita per risparmiare.

Nella sua camera in collegio Secco aveva l’armadio pieno di servizi da scrittoio leggermente difettati. Col tempo doveva aver cominciato a sentirsi leggermente difettato anche lui. Forse per questo aveva cominciato a farsi difettare e a difettare gli altri. Difettare era il marchio, lo stigma da paria, da scarto umano abbandonato nella discarica insieme a tanti altri pezzi di mogli tradite, di mariti imbrogliati, di genitori mandati all’ospizio, di figli lasciati in balia di loro stessi.

Ricevuto lo stigma, Secco aveva deliberato di imporlo anche agli altri.

Con la vocazione del piantato in asso per tutta l’infanzia, rimasto solo a capotavola con la paletta per tagliare il dolce in mano e un cappelletto a punta sulla testa, diventato adulto, percepiva ancora la pressione dell’elastico che gli fermava il cono di cartone sotto il mento. Aveva la sensazione di impugnare ancora le posate per la torta senza sapere come usarle, e annusava la puzza di solitudine intorno, quell’atmosfera inerte e astenica che gli aveva rovinato la vita. Difettato, avrebbe tentato in ogni circostanza di rovinare la vita degli altri. Ma era quella la sua stessa condanna, essere aguzzino e carnefice di sé stesso.

Diventato adulto, infatti, aveva preso a vendicarsi allo stesso modo. Acido nel cuore e sorridente di libido dolosa per essere riuscito anche quella volta a non comportarsi da uomo.

Scodellava sorridente la promessa, e la faceva seguire da retrocessioni e smentite.

Prometteva di aiutare, prometteva sempre, infatti aiutava il malcapitato, però a togliersi di torno con una spinta energica verso la tromba delle scale. 

Gli offriva un montblanc o una macedonia a fine pasto, glieli faceva vedere sul tavolo, da lontano e poi gli piazzava la buccia di banana lungo il percorso per farlo atterrare con la faccia nella panna. Oppure inzuppava la torta di crema alla stricnina e annegava la farcia nel topicida. Insomma Secchetto, a suo modo generoso, non riusciva ancora a dosare bene le bucce di banana, il topicida e quanto gli poteva servire per ostacolare la corsa dell’avversario. Per cui risultava eccessivo, prodigo ma anche maldestro e scoperto nelle sue intenzioni.

Il secondo relatore doveva essere Megaloftalmiforo, d’antica provenienza itticofila, rimasto greve e vernacolare quanto bastava per prorompere ancora in incresciosità da accento fonico libero come “cosmopòlita” ed “èdile”, o chiedere ai suoi interlocutori a quali letture si fossero dedicati credendo, ingenuo cuore di mamma, di conoscere solo lui À rebours di Huysmans e di aver pianto, ex ragazzo sensibile, per la precoce dipartita della tartaruga col carapace tempestato di gemme importata da Jean Floressas Des Esseintes.

Dapprima Megalo era stato pasciuto in provincia respirando aria fresca di frittura e olezzo di dentice all’acquapazza, senza essere riuscito a togliersi di dosso i miasmi congeniti. Poi aveva preso a farsi mantenere dalla compagna crocerossina. Dopo qualche tempo questa si era stancata degli occhi a palla, della faccia da pesce, del suo modo di parlare quando esordiva nelle telefonate sempre con un «Oh, me sente?». La ragazza lo aveva relegato senza rimpianti in fondo al cassetto tra gli errori di gioventù, e chiuso a doppia mandata per evitare incresciosi ritorni di fiamma e tristi minestre riscaldate. Per cui, allo scopo di unire pane e companatico, ora molti sostengono che Megaloftalmiforo conceda a Seccosuardino lo stesso trattamento che aveva riservato alla compagna o che si procuri qualcuno che possa farlo al posto suo: «Del resto per campare questo e altro s’ha da fare!».

Tra i facondi oratori della giornata di studi era stato invitato anche Giottino Neri il cui motto, quando ancora insegnava a scuola, era stato «Se l’anno prossimo va come deve… Qui non mi ci vedete più!». E infatti, nel giro di quattro anni accademici, allisciate del pelo all’assistente del sottosegretario, qualche mancia a cinque zeri, toccate e fuga alla moglie morganatica del Presidente in carica del Dicastero ai Loschiaffari, e donativi di scarpe risuolate con bigliettoni da cento per i bambini orfani assistiti da sua Eminenza Pivialoni, aveva imbroccato, uno dopo l’altro, il concorso per ricercatore e quello da associato. Da allora si dilettava a organizzare premiuzzi e giornate di studio sulla non letteratura corrente e sull’insorgenza dei geloni ai piedi di chi non aveva osato avvicinarli alla stufa del Presidente della Conferenza italiana dei malfattori. Di solito si prodigava anche a riscaldare col fiato i geloni sui piedini aggraziati di qualche giovane dottoressa in Lettere ancora da benedire. Volteggiava come ospite speciale tra un festival della letteratura carnascialesca in tempi di quaresima e la Sagra del culatello. Si faceva scrivere incresciose presentazioni dei suoi romanzetti giustificativi della violenza carnale da Occhialone Cecaccini e accedeva al Premio dei Premi, il cui vincitore era sempre già deciso un anno prima.

Due gocce di citazioni improprie, una dichiarazione di presunta superiorità, una spolverata di noir, due ombreggiature per solleticare la pruderie dei lettori e il nuovo capolavoro della letteratura corrente era confezionato. Giottino Neri ne voleva parlare pure al convegno, affiancato nella lettura da un attore di giro in disarmo e da Pasquale Pasquali coltivatore di piante grasse che aveva appena licenziato l’ultima fatica letteraria Punture del cactus, Biondich editore.

«A Giottì», gli aveva detto la sarta di scena anni prima in piena epidemia, prima che salisse sul palco di una manifestazione, «Tiè, te regalo sta bella mascherina, così semo sicuri che il virus non te pia. Hai visto te l’ho fatta nera, come piace a te. Oh. L’ho cucita io! A Giottì, nera! Ricordatelo che l’ho fatta apposta per te, me raccomando!».

«Ma chissà che cosa ha voluto dire? Io mica sono nero!».

E infatti Giottino dentro era nero, ma nel corso del tempo fuori era diventato bianco, bianco sporco, verde, rosso, arcobaleno…I colori cambiavano e per lui gli stilisti rimanevano sempre gli stessi: Volta e Gabbana. Ma nei ventricoli del suo cuore, sempre nero era, anche quando accarezzava il fianco morbido della collega compagna alla quale assicurare assistenza notturna mentre sua moglie era inservibile perché «alle prese con le sue cose» o impegnata ad assistere il padre in ospedale.

E come le quote prenotate per gli abitanti della riserva, un posto al tavolo degli oratori era stato assicurato anche a soggetti improbabili come Vanessa Iridata. Pressoché incapace di intendere e di volere a causa del trasudamento nell’encefalo dei coloranti usati per abbronzare la pelle e imbiondire i capelli, altrimenti corvini, Vanessa sorrideva sempre. Sorrideva e mostrava il balconcino compiacendosi per la buona riuscita dell’ultimo intervento additivo verso una quarta abbondante. Perdeva le unghie finte per strada e se le riattaccava, cascava dai trampoli a zeppa e ci risaliva su con velocità olimpionica, si agganciava i capelli posticci che ogni tanto se ne andavano in giro da soli e ritinteggiava la bocca squadrandosi allo specchietto retrovisore della decapottabile acquistata a rate vantaggiose per aver sbattuto gli occhioni in faccia al direttore fregnone della concessionaria.

Attraversava nubi di profumo stucchevole, agitava le ciglia finte a intermittenza e pensava che in questo modo si dovesse praticare la ricerca militante. Lo credeva davvero ogni volta che le ciglia si staccavano.

Per conferire credibilità alla sua persona e alle sue attività didattico-scientifiche, aveva deciso di divulgare, di divulgare a oltranza. Divulgava tra i pesci dei mari e gli uccelli del cielo, parlava alle fiere e ammansiva le belve, deviava il corso dei fiumi e si concedeva con generosità al limite del grado di venerabile. Mentre ammansiva e arringava gli increduli tirava un po’ più su lo spacco e allargava le prese d’aria. Poi si faceva fotografare mentre pregava sulla tomba del mistico fondatore del nuovo ordine, leggeva le poesie scritte da lei stessa in rima baciata, imboccava i vecchietti abbandonati al gerontocomio e li baciava. Si dice che in questo modo abbia posto dolcemente fine alla vita di qualche ottuagenario, disabituato a tanta mercanzia sottomano, In quel periodo la regione fu devastata da un’epidemia di nonnetti ai quali era salito l’embolo.

 Scattate le foto da condividere sui social Vanessa si puliva la bocca con espressione schifata e se, era inverno, escogitava un sistema infallibile. Con la scusa del freddo, per evitare qualsiasi contatto con la pelle flaccida del nonno, si tirava su il bavero del cappotto. E il nonno stampava il suo bacio sul colletto in finto cachemire invece che sulla guancia di Vanessa.

Dopo la pausa pranzo, il convegno prevedeva anche un ricco pomeriggio. Tra i relatori figuravano anche Marco Pippaglini, Elvira Trice e Linda Biondich.

Pippaglini era stato un famoso luminare dell’editoria, caduto in disgrazia e ridottosi a fare il libraio-vinaio di quartiere, con metà bottega piena di tomi venduti a peso, e metà straboccante di bottiglie. Ci si chiedeva se per tirare avanti la carretta, spacciata da spazio polifunzionale con ghirlande di abete finto sopra l’ingresso tutto l’anno, fosse per lui necessario ciucciare qualche bumba di troppo ogni giorno o i libri che vendeva dovevano essere talmente orrendi da costringere i suoi clienti a sopportarne il livello avendo a portata di mano massicce dosi alcoliche. Entrambe le possibilità erano fondate perché il libraio-vinaio, senza un cordiale di sostegno, s’afflosciava sul bancone della cassa benché fosse certo di conservare ancora un certo fascino da vecchio gatto. L’occhio felino, in avanzato prolasso e appannamento, poteva tradire ancora un qualche ascendente sulle signore sole disposte a farsi consolare nel retrobottega. Ma era l’abitudine di sfiorare ancheggiante il pavimento, quando camminava lento, a far sospettare che forse non solo alle signore lo strizzamento dello sguardo fosse diretto. Il sospetto era fondato soprattutto considerando quanto folto fosse l’andirivieni di ragazzotti ipernutriti che frequentavano la libreria-vineria. La presenza non saltuaria di Secco nei paraggi, ufficialmente per verificare l’uscita degli ultimi fondamentali saggi sulla diaspora degli specialisti in grottesche d’oltralpe responsabili della traduzione in affresco del Libro d’ore di Roi Renard, ne era la prova provata.

 «Non che ci sia niente di male a essere ambidestri, ma se lo si è, perché nasconderlo e millantare solo una riserva di caccia e un solo pescaggio d’altura?», gli rimproverava Manolo.

Manolo Bandolero, ballerino professionista, in realtà, si chiamava Mario.

Ufficialmente con i capelli lunghi, corvini, l’abbronzatura color mattone anche a novembre, in realtà calvo possessore di una parrucca macho de la pampa, nonché abbonato al Salone estetico Caribe per poter avere il colore perenne da mocassino cotto alla luce del microonde.  Ufficialmente maestro di danza caraibica, in realtà originario di Velletri, faceva finta di essere un fuoriuscito cubano e di insegnare nella libreria senza permesso di soggiorno. 

«Se c’hai alle spalle na storia morto drammatica e avventurosa fa sempre corpo! Voi mette il maestro de danza anti-Fidèl co Mario Benvenuti velletrano? Tutta n’altra storia. Nun c’è gara!».

Mantenendo innominato il lato non visibile della sua luna, Pippaglini faceva del male soprattutto alla moglie, ereditiera di ricca famiglia, ma greve da far diventare calvi i carrettieri più biastimatori dei mercati generali. La signora Luisa, infatti, se aveva cercato per anni di tenere in equilibrio monumentali palchi di corna, l’aveva fatto anche con una certa grazia, orgogliosa in modo inverosimile della cresta da gallo maritale. Ma da quando il re del pollaio aveva dimostrato un’anima tenerella come il cappone natalizio, anche la hybris borgatara della moglie, adorante il marito conquistador, era andata a farsi benedire.

E la sora Luisa era caduta in depressione.

Aveva cominciato a bere, tutto il bevibile, dallo sciroppo con percentuale alcolica, al chinotto corretto con l’anisetta, che faceva accapponare le papille gustative, all’anisetta corretta col vermouth, al vermouth corretto col gin, al gin corretto col whisky e via via su fino ai cocktail e ai miscugli più arditi. L’ultimo stadio barbonesco, la bottiglia di vodka ciucciata direttamente senza neanche tirarla fuori dalla busta di cartone. Come gli alcolisti da film americano di quart’ordine.  

Alle ore 16,30 sarebbe toccato, come da scaletta convegnesca, alla Dottoressa Elvira Trice.

Elvira era caduta da piccola nel mastello del bigio.

Grigia dalla testa ai piedi, solcata e riarsa in faccia come se la disidratazione l’avesse prosciugata in tutto il corpo dopo anni di piogge scarse. Rimaneva legnosa come una corteccia arborea in mezzo alla tempesta. Era in servizio permanente trecentocinquanta giorni l’anno, volteggiava tra presentazioni, convegni, viaggi e incombenze varie che non le riuscivano sempre bene a patto di farla sembrare una divulgatrice di rango proletario. Spesso una venditrice di cultura da telepromozione. «Oggi offerta speciale, tutti i fratelli Karamazov al prezzo di due. Piccole donne, piccole donne crescono e aprono una casa d’appuntamenti…Tutta la saga a prezzo di realizzo!».

A conclusione di ogni intervento la solita scena.

«Che dici come è andata? Io penso bene.  Ho detto quanto si poteva comunicare a un pubblico come quello di oggi. Che poi se non gli racconti anche un po’ di cose zozze non si divertono… S’è capito che quando ho cominciato mi sono esaltata pure io?».

«Sì, sì, tutto bene!», rispondeva l’interlocutore di turno il quale puntualmente pensava a quanto Elvira anche quella volta fosse stata generica e avesse ripetuto il solito girotondo.

«Le storie zozze piacciono sempre, ecco perché me le scrivo a parte e le rifilo sempre quando vedo che il pubblico comincia ad ammosciarsi!». E giù risate con una smorfia della bocca e un abbassamento degli occhi, che ricadevano ai lati, tanto da deformarle la faccia come se stesse piangendo.

Elvira, maschera tragica riconvertita, era una tuttofare abile arruolata, imponeva e smistava la posta, pretendeva di controllare tutto, diceva e disdiceva, svolazzando angolosa di fiore in fiore, saliva sulla pedana al centro dell’incrocio e dirigeva il traffico all’ora di punta con la stessa disinvoltura con la quale rimestava anche lei il mestolo nel trogolo vecchio e ammanniva pietanze insipide ai convitati. Lo stesso trogolo poi lo usava anche per farci mangiare «i tesori di casa» a quattro zampe… «Tanto poi lo lavo!».

Al convegno avrebbe presentato l’ultima fatica letteraria di Maria Gregaria Benmaritata, consorte di Tommaso Piedidolci, autrice, si diceva a sei mani, dell’imperdibile tomo Maria Peppina, la principessa che anelava alla libertà vigilata sotto cauzione, Biondich editore. Il libro le era stato richiesto da Biondich in persona, durante un pomeriggio nel corso del quale dovevano essere filtrate nell’encefalo dell’illuminata editora le sostanze coloranti usate per i colpi di sole aragosta che s’era fatta fare dal suo fidato lavora boccoli Ferdinando Arriciolìn.

L’ultima a intervenire secondo il programma doveva essere proprio Linda Biondich, Caratteristica imperativa apparire buona, buona, brava, brava a tutti costi. Glielo dicevano a casa sin da quando era piccola: «Lindina potrebbe darla a bere a chiunque se solo volesse!».

Aveva studiato con metodo mnemonico ed esecutivo senza lasciare traccia nella costruzione dell’anima e della mente. Era la classica secchioncella fasullina, viso lavato e sorridente davanti, lingua svelta e biforcuta, per tutte le altre circostanze. Il segreto era, comunque, negare, negare sempre. Sbatteva le palpebre allo scopo, allargava lo sguardo ceruleo e sorrideva. Negava e continuava a portarsi a casa i morosi, quello del lunedì che era all’oscuro degli altri due, quello del giovedì e quello del sabato. Una situazione da Ragazze di San Frediano ribaltata.

Se mancava a casa lo zucchero, «Uh, l’ho finito proprio ora per fare un bel dolce in tuo onore, papà».  E si scapicollava dalle scale per andare a raccattare in un qualsiasi negozio del quartiere la più artificiale torta con melassa fosforescente alle ciliegie fuori stagione. La tirava fuori e la schiacciava un po’ da una parte, la cospargeva con un velo dolce dall’altra per far credere che le imperfezioni fossero la conseguenza di una preparazione casalinga…

Se si sentiva sbattere la porta di casa all’improvviso, una persona uscire senza che qualcuno si fosse accorto che era entrata, e di solito era uno dei tre morosi:

«Linda, chi c’era in casa?».

«No…niente, papà stai tranquillo! …Era il figlio della signora di fronte che ha chiesto in prestito lo zucchero!». Lo zucchero in quel periodo andava per la maggiore.

Cresciuta, s’era data ai libri, dopo un periodo da banconista nel reparto cervelli insaccati, e dopo aver creduto per anni che “darsi ai libri” sottintendesse una qualche pratica erotico-editoriale. Constatato invece che quegli strani oggetti chiamati libri fossero costituiti soltanto da copertine, quarte di copertina, e pagine, tante pagine tutte da leggere spesso senza neanche le figure, ci rimase così male da non riprendersi più. Cadde in uno stato catatonico e non parlò per una settimana di fila. Recuperò la favella quando si accorse che il fattorino del libraio sotto casa era belloccio e pedalava in bici come una saetta. Una puntatina in camporella e una pedalata veloce per fare tutte le consegne, Biondich scoprì la letteratura, comprese come la lettura facesse bene alla mente e al corpo. Tuttavia la ripresa della favella e le puntate in camporella provocarono in lei una sorta di strana incertezza. Nel formulare i pensieri e a esternarli. Cominciò così a balbettare, come balbettano quelli che, resisi conto di essere molto diversi, dall’immagine linda che vogliono ammannire al pubblico, vivono una dicotomia, una forma di depersonalizzazione che comunque devono sanare. La manifestazione psico-somatica della sanatoria era la balbuzie.

Balbettava, incalzava, ma era rimasta di bocca buona.

Col tempo aveva imparato a dominarsi soprattutto quando, mentendo, tesseva le lodi degli indifendibili. Più erano incapaci, più li lodava. Senza mezzi termini. L’importante era incassare il corrispettivo di almeno cento copie che chiedeva agli autori come tassa preventiva alla pubblicazione. Poi se l’autore era la seconda moglie o il secondo marito del coniuge divorziato, ma con lauti alimenti, dell’ex sottosegretario o della patronessa delle anime perse a burraco durante le votazioni per la legge di stabilità, allora srotolava metri lineari di lingua per liberare dalla polvere la guida rossa sulla quale far passare il nuovo fuoriclasse o la nuova coraggiosissima autrice. L’importante era che il nuovo fuoriclasse e la coraggiosa autrice detenessero, in proprio o per riverbero, un qualche potere. Biondich era interessata anche alle poltrone di comando minime, ad esempio quelle occupate dai boss delle mignatte e delle sanguisughe. Se si trattava di un potere più consolidato, tanto meglio.

 «Intenso, un racconto sentito, due storie vere. Tutto quello che poteva essere narrato dall’autore era per lui vero, davvero sentito, autentico, coinvolgente, commovente».

Abusava di «intenso» e «sentito».

Lo proclamava con la sua voce leggera e ingenua da madonnina infilzata, da lima sorda, da piccola cloaca contenuta in un profumato vasetto di terraglia dipinta, riposto dentro una comoda in legno intarsiato dotata di un secondo vaso in porcellana fiorata. Fessurato sin dalla prima cottura in forno.

All’esterno soavi visioni linde e lucide, dentro un’anima lisa dalla consuetudine a mentire.

Doveva essere una di quelle che quando il marito tornava a casa prima del solito e la trovava a letto con un manzo, mai visto prima che si dava da fare in modo inequivocabile, era capace di somministrare la più assurda delle panzane e riuscire a farla franca. Esercitazioni di nuoto sul bagnasciuga, esercitazioni di primo soccorso, spavento terribile perché il povero idraulico dopo essersi tolto la camicia e le braghe, perché stava morendo di caldo, era caduto sul letto mezzo morto e lei, non sapendo che fare, aveva cominciato con la respirazione bocca a bocca.

«Poi a forza di armeggiare qualcosa s’è risvegliato. E che ci posso fare io?».

Al convegno intendeva trattare la condizione dello scrittore raccomandato ma innovatore rispetto ai luoghi comuni.

Aveva esordito così: «Se un romanzo ritenuto erroneamente blasfemo viene recensito da un organo di stampa etico, ciò può succedere perché in realtà non è quello che tutti i maligni ritengono che sia, ma un resoconto coraggioso dei reali rapporti amorosi tra un uomo e una donna: Lègami tu, che poi ti picchio anch’io! Potrebbe essere un titolo provocatorio al punto giusto, no?».

E ancora «Il razzismo, il classismo, lo snobismo, se ammanniti bene, sono anch’essi piacevolmente scorretti e controcorrente. Lo stesso il presunto pensiero divergente a prescindere. Per questo motivo si sbaglia chi crede invece che il politicamente scorretto in salsa etnica sia razzista, che il controcorrente sia classista e che il pensiero divergente in salsa sovranista sia stato partorito da un’indole intollerante. La verità è che la verità non si deve dire, perché non c’è niente di più scomodo della verità. E se la verità è scomoda fa soffrire, allora è male. Quindi è sbagliata, falsa! Non c’è niente di più falso della verità».

Il convegno si concluse con una magnata ricordatora presso una di quelle trattorie bisunte, molto colorite. Mosca nella minestra per tutti anche nell’acquacotta di Ovipara.

E andò a finire che la magnata costò così tanto che li relatori, gran pezzi de capocce, de scienziati sopraffini prosciugarono i fondi, munti ai finanziatori, sì proprio quelli destinati alla pubblicazione degli atti, sempre Biondich edizioni.

Così Biondich rimase a secco e fu costretta a chiedere ai suoi autori, da quel momento in poi, l’acquisto coatto non più di cento bensì di duecento copie:

«Mi sono trovata, mio malgrado, ad adottare dolorose scelte editoriali non trattabili!».

a Biondich non sembrò vero di tirare fuori le unghie totalitariste che sonnecchiavano dentro le falangette democratiche.

Maria Gregaria Benmaritata costrinse il consorte, Tommaso Piedidolci, a firmare altre marchette divulgative su tutti i giornali, siti, podcast, trasmissioni radiofoniche e televisive, per racimolare quanti più danari possibili e assicurare l’acquisto copie preventivo. Da vecchio attore consumato qual era, Piedidolci avrebbe tirato fuori dal taschino destro l’aria più mistica che ancora possedeva, e, da tutti gli schermi, avrebbe arringato devoto gli increduli, accesi di fede i restii a credere ai divini misteri del magheggio accademico pro filibus cumsanguineisque. Con aria paraculistica attempata di chi, da anni, prendeva per i fondelli come respirava, avrebbe sorriso e parlato, vagheggiato le cordate mistiche e i cirri accesi con facondia critica melassata di lubrificante al miele per rendere più dolce la lunga intrusione del suo sermone.

Strisciando i piedini e ingobbendo le spallucce sarebbe apparso mite e sussiegoso, bonario, di una bonomia appresa alla Silvio D’Amico e applicata negli anni alle prese con i più disparati copioni, da Accademico dei Fulminati col nome di Scodinzolo, a Fiordiligi e Boccadoro, ad avarissimo Arpagone…Insomma in sei mesi scarsi di marchette avrebbe tirato su la somma necessaria affinché la moglie Maria Gregaria potesse pubblicare la sua nuova fatica biografica: Vita, morte e giochi di prestigio di un miracolato.

Naturalmente Biondich Editore.

Si previdero presentazioni a cascata come se piovesse a cura di Elvira Trice e di Seccosuardo de’ Malvissuti.

Moderatrice Donna Ovipara de’ Deposti.

Distribuzione nazionale a cura di Marco Pippaglini.

Grazie a Giottino Neri fu organizzato un tour promozionale in tutte le librerie-vinerie aderenti al progetto solidale Viva la ficcion. Opifizio della Curtura.

Ogni serata fu allietata da Vanessa Iridata che si produsse in letture scelte e danza del ventre sincrona. Con la partecipazione straordinaria di Manolo Bandolero e del suo tango caliente.

“Gradita le prenotazione.

Ingresso gratuito fino ai dodici anni, biglietto ridotto fino ai diciotto.

Ingresso omaggio per i sottosegretari e i governatori di Regione raggiunti da avviso di garanzia, cognati ministri, analfabeti di ogni età e credo politico purché dimostrino di non saper né leggere, né scrivere, vincitori di selezione comparativa taroccata.

Abito scuro.

R.S.V.P.”

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