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  • Salvatore Enrico Anselmi

Il silenzio


Il silenzio delle strade

inabitate e vuote come torrenti in secca

tranciato dal vento

dall’urlo del vento sulle case

e dai cani che abbaiano alle mosche.

La morte intreccia

la sua pandemica danza sul mondo

ne ride brutale, onnivora

come se la giovane pagina di foglia

rigirata dall’aria non fosse l’atavica speranza di vita

ghermita dal male prossimo

algido metallo che taglia alla gola

e spezza il respiro.

Non canto. Non canta

la voce grassa e grumosa

arrochita dal pianto sui letti di chi è andato

senza saluto, a distanza, dentro una campana

d’aria gelata e compressa che non ha sollevato

dall’ultimativo gonfiarsi del petto

saldato dal male come ingranaggio e toppa

come toppa e ingranaggio

intaccato e rugginosa.

Il verde profondo dei boschi

il bianco della neve tardiva sul picco

il rosso saturo dei papaveri

accesi nel grano coltivato,

i campi ravviati, a pettine,

sui righi dei versi che torneranno,

il rosso terroso dei tetti, il bianco di nuvole appese, il verde cespuglio,

le colline come ramarri stesi al sole, il sorriso smerigliato, il vino succoso

le foglie parlanti dai rami, la pietra albeggiante su torri, rilievi e sui muri,

il fuoco elettrico rosso schiarisce

la prospettiva, la veglia e la vedetta

dopo l’ora nera da scavalcare, dopo questo confine

dopo quarant’anni di sabbia e deserto.

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