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  • Salvatore Enrico Anselmi

L'aria era calda




L’aria era calda quando lo sguardo di Lea si posò sulla bancarella dei libri. Era di legno chiaro, un carrettino su due ruote grandi con un tetto di stoffa. Proiettava un’ombra mobile sul lastrico del marciapiede, volatile e leggera. Il vento arcuava la tela e le giovani schiene dei curiosi, degli avventori piegati sul carretto per scovare una vecchia edizione, un romanzo dimenticato, un titolo lontano che sapeva di ieri.

Lea amava i mercati delle pulci, i banchi dei libri, le esposizioni d’antiquariato sulla strada. La rarefazione del presente e il suo rallentamento erano l’atmosfera che i mercati avevano. Anche la più piccola e banale accozzaglia di tazzine, tavolinetti, orologi, miniature e quanto è previsto da un agglomerato di ripiani, teche, mostre in malarnese, tavoli zoppi e poltrone claudicanti ce l’avevano. La carpenteria sventrata di una sedia, da riconciliare col peso di un corpo in stato di quiete, l’attraeva con ordini perentori, come un magnete, una mosca sul miele o un gatto col topo.

Lea era scivolata verso un chiosco che esponeva stampe antiche e oggetti fragili di ognuno di quei materiali che, al contatto col pavimento, si possono infrangere, o nella migliore delle ipotesi, scheggiare senza riparo. Cristallo, maiolica, vetro lattimo.

Le si fermò accanto un giovane sulla ventina, castano, sorridente. Era alto e magro, castano, viso affilato, di bell’aspetto.

Simulava una certa perizia d’intenditore nel saggiare in controluce la trasparenza di una porcellana, le spade blu intrecciate sul fondo di una statuina di Meissen, la trasparenza e le spadine. Pensava ad alta voce dichiarando di preferire il bianco puro della manifattura di Nynphenburg e ricordava una caccia al cervo su un colle di panna, popolato da cani lucidi dal muso alla coda, cavalli rampanti e impettiti, cavalieri in difficoltà ma con giubba e giustacuore in perfetto ordine.

La manipolazione degli oggetti era vietata da un cartoncino appoggiato sul ripiano. Ci si doveva rivolgere al venditore, un vecchietto prosciugato dagli anni, con pipa e basco nero calato a tre quarti, che guardava in cagnesco il ragazzo. Sembrava stesse per abbaiargli contro, digrignava i denti, pronto al morso.

Sigmund, Sig a casa e tra gli amici, si allontanò scusandosi. Fu colpito dagli occhi della ragazza, dal chiarore azzurrino delle iridi che tradivano slancio per le esternazioni ad ogni significativo incontro, collisione, scambio di sguardi. Le sorrise, avanzò una mezza scusa per aver tastato acquaiole e pastorelle miti nell’espressione.

Si fece avanti proponendole, sfrontato per l’emozione e tremante alla gola, di percorrere un tratto di strada insieme. Lea accettò. Piegò la testa da un lato per schermirsi, ma sorridendo acconsentì.

Sig era ancora uno sconosciuto, ma Lea acconsentì, per la voce tremula che gli usciva stentata, per le guance irrorate, per il ciuffo che gli ricadeva sulla parte destra della fronte. Intuendo di potersi fidare, di avere affinità con quel giovane che le proponeva di concludere il pomeriggio insieme, Lea lo affiancò.

Passeggiarono seguendo il fiume, gli alti bastioni bianchi che ne costeggiavano il corso, sotto gli alberi. Sollecitati dal vento, gli alberi erano mobili e sonori. Mobili erano i lunghi rami e le foglie, oscillanti i primi, rotanti, fin quasi a staccarsi, le seconde.

Arrivarono ai giardini alti e al gazebo della musica. Il programma della giornata prevedeva Mahler. Sostarono per qualche minuto. La sospensione dei pensieri, il risuonare dentro le viscere battenti. Le onde sonore mettevano alla prova la consistenza degli organi interni. Scossi, esistevano solo per essere stati coinvolti in una chiama collettiva che fa vibrare, dal centro del petto fino alle estremità ultime delle dita. Lea e Sig avrebbero portato con loro quell’armonia per qualche ora, dopo il concerto, fino a sera.

Presero posto a un tavolo del caffè all’aperto che serviva sorbetti e gelati. Schiamazzavano i bambini piccoli e quelli più grandi alle prese con aquiloni indocili. Era quasi un giorno di festa, Una domenica pomeriggio, il fiume era largo e quieto, l’acqua scorreva senza increspature, come intorno all’isola della Grande Jatte.

La luce filtrata dagli alberi gettava macchie d’oro alternate a ombre azzurre e verdi, sulle mani, sui vestiti, sul viso. Gli occhi dardeggiavano di lumi estivi e cangianti. L’uomo era il piccolo dio delle rive, che comanda al vento e fa posare le nubi su refoli di aria gialla, che ordina al respiro della valle di risalire il fiume, di intrufolarsi nella corrente per solleticarla e ridere a due voci.

I vestiti erano candidi e le strisce infantili sui nastri dei cappelli bordavano in parallelo. In parallelo i solchi delle ruote spinte dai pedali, sulla ghiaia d’avorio. Ciliegie, punteggiate di carminio lucido sul pistacchio gelato, pulsavano come fari segnalatori. La quiete era dolce e sana, era il riposo dopo una fatica utile, come l’affanno che s’acquieta dopo una corsa in salita da ragazzi, come l’affanno che s’acquieta nella remissione di chi tiene saggio affidare ad un altro, sul quale non vede ombra, un percorso non breve della sua vita.

L’aria polverosa s’illuminava in controluce.

L’uomo, piccolo dio delle rive, non poteva chiedere altro.

Sig pagò e si alzarono.

Infilavano la prima perpendicolare a destra e s’era già fatto tardi. Sig: «Sono di Vienna, qui in città per qualche giorno ospite di alcuni parenti.»

Lea: «Mi sembrava, infatti, che non ci conoscessimo, neanche di vista.»

Proseguirono ancora per un tratto sotto gli alberi, pensando di dire qualcosa in più, di andare oltre, un gesto, un avvicinamento casuale delle braccia. Pensarono di dire qualcosa in più.

Si diedero appuntamento per il giorno dopo, di fronte al carrettino dei libri.

Si separarono sotto un castagno compiacente, un bacio leggero a sfioramento delle guance. L’appuntamento rinnovato per l’indomani. Sig aumentò il passo e girò l’angolo, scantonò ansante al muro bugnato e s’appoggiò, s’appoggiava per poter controllare, con un residuo di sprezzatura, se stesso e l’affanno dentro il petto. Si sfilò il fazzoletto dal taschino della giacca, per asciugarsi la fronte e le tempie. Il distacco della stoffa leggera dalla giacca rivelò una stella a sei punte cucita, che Sig aveva coperto non appena vista Lea, che gli era sembrata ariana.

Lea lo vide girare l’angolo, dietro lo spigolo bugnato, e scomparire. Era crudele lo scatto a sinistra dietro le punte taglienti intonacate. Le sembrò crudele perché in quel giro d’angolo decideva che sarebbe mancata all’appuntamento il pomeriggio successivo davanti al carretto dei libri. Sig aveva l’aspetto di un ariano e Lea non avrebbe potuto confidargli di non esserlo.

Anche Lea aveva coperto la sua stella, con un foulard appuntato da una spilletta rossa come le ciliegie sul pistacchio.

L’indomani sarebbe stato il I settembre.

Il I settembre di quell’anno fu il giorno del Polenfeldzug.

Negli anni a venire l’uomo non fu il piccolo dio delle correnti e del vento.

Lea e Sig non si rividero.

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